Tenuta Roletto
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sabato 18 Luglio 2026

Reale mutua
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SECONDA PUNTATA DELLA STORIA DELLA CASA GINO PISTONI DI GRESSONEY CHE FESTEGGIA 75 ANNI

Mille avversità la resero più forte

Ha rischiato di essere venduta, ora coniuga con successo accoglienza e sostenibilità

(di Severino Morgando)

Come ricordato in conclusione della prima parte di questa breve “storia” della Casa Alpina,...

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DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

Toy Story 5

Ma i giocattoli veri ci sono ancora? Con queste domande sembra di essere un po’ trogloditi e...

MA ANCHE IL TRISTE RACCONTO DI UGOLINA CHE PERSE IL FUTURO MARITO IN UN NAUFRAGIO IN MARE

Vendette mancate e tradimenti sfumati

Storie vere ed inverosimili delle rivalità tra Vico e Brosso in Valchiusella

(di Andrea Tiloca)

L’attento lettore ricorderà la storia del giovane Remo, il quale essendo stato allontanato da un...

EDITORIALE – Imparare la cultura… (della pace)

Ai microfoni dell’Ansa il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, ha detto che “di cultura della pace in giro, in questi tempi, ce n’è poca”. Accostando le parole pace e cultura, il cardinale sposta l’attenzione da un termine troppo spesso ridotto a slogan a una realtà che richiede impegno, educazione e perseveranza.
La pace, infatti, non nasce soltanto dalla fine di una guerra o dalla firma di un accordo. Nasce da un modo di pensare, di educare e di vivere le relazioni. Oggi la parola “pace” risuona ovunque: nei media, nei discorsi politici, nelle preghiere. Ma c’è una differenza profonda tra pronunciare una parola e costruire una cultura che cresce nel tempo, attraverso gesti, scelte e comportamenti quotidiani.
La cultura della pace è tutt’altro che un concetto astratto; è il modo in cui impariamo a guardare gli altri, il linguaggio che scegliamo, i valori che trasmettiamo. Se una società alimenta il sospetto, la contrapposizione e l’idea dell’altro come nemico, difficilmente potrà costruire una pace duratura.
Se, al contrario, educa al dialogo, al rispetto, all’ascolto e alla ricerca della verità, allora la pace smette di essere un’aspirazione e diventa uno stile di vita, cioè, cultura. È una responsabilità che non riguarda soltanto la politica o la diplomazia. Si costruisce nelle famiglie, nelle scuole, nelle parrocchie, nei mezzi di comunicazione e nelle conversazioni di ogni giorno. Ogni volta che scegliamo il dialogo invece dell’insulto, l’ascolto invece del pregiudizio, il confronto invece dello scontro, contribuiamo a diffondere quella cultura della pace che oggi, come osserva Pizzaballa, appare così fragile.
Quello del cardinale è un invito a cambiare prospettiva. La pace è un patrimonio culturale da coltivare, far crescere, diffondere ogni giorno; perché le armi possano scomparire dai campi di battaglia, devono prima perdere spazio nelle nostre coscienze.

La vacanza perfetta? Spegnere la chatbot, alzare lo sguardo e scoprire “l’altro” (di Cristina Terribili)

Superate le decisioni sulle mete turistiche più o meno gettonate, il controllo del traffico per evitare le giornate da bollino rosso, quest’estate sarà tutto più semplice e tutto più sereno: ad accompagnarci nei viaggi ci sarà la dolce, confortante e sempre piacevole presenza della chatbot.
Quel programma di intelligenza artificiale progettato per simulare un dialogo con un essere umano, capace di modelli linguistici avanzati, di comprendere il contesto, di adeguarsi a chi fa le domande dando sempre risposte appropriate che sembrano venire da un altro essere umano reale, capace di far superare la solitudine e con la quale si può conversare solo quando si ha voglia.
La chatbot non perde mai la pazienza, non fa domande di sua sponte, è possibile anche addestrarla o correggerla senza il timore di andare incontro ad una crisi di coppia.
Questo nuovo fenomeno sta dilagando aprendo interrogativi nuovi ma anche raccontando di come la nostra società si stia sempre di più allontanando da un confronto reale, preferendo la “facile conversazione” con un’intelligenza artificiale a cui si può confessare tutto, a cui si possono raccontare anche i più intimi segreti, che non giudicherà mai ciò che le viene riferito ma che sarà prodiga di consigli e di informazioni ritenute in quel momento utili, sicure, essenziali.
Tralasciando tutte le implicazioni sulla sicurezza dei dati personali, che riferiti ad un sistema solo all’apparenza neutro, vengono poi immagazzinati, selezionati ed usati per conoscere, indirizzare e anche sfruttare, scelte, informazioni o interessi di tutti noi, ci concentriamo sulla perdita a cui questo sistema (peraltro utilissimo in altri contesti) ci indirizza.
Non soltanto con lo sguardo rivolto verso uno schermo ma con la mente impegnata in una conversazione con un mezzo artificiale, perdiamo l’incontro reale con l’altro, fatto di carne ed ossa come noi e con una mente propria. Perdiamo la possibilità di sostenere un dialogo che si basa su un confronto, sulla capacità di dibattere (dove il dibattito è inteso come la possibilità di esprimere una propria tesi nel rispetto dell’altro), di poter risolvere un conflitto senza rompere la relazione, di essere flessibili.
Durante questa calda estate, si potrebbe provare ad alzare gli occhi dagli schermi per osservare quello che è presente intorno a noi. Potremmo magari accorgerci di una persona che potrebbe anche solo apparire interessante e con la quale provare a scambiare due parole, magari lasciando che le rispettive chatbot parlino tra loro. Chissà che non nasca una bella amicizia!

CANAVESE – Al cinema nel weekend

Cuorgnè, Cinema Margherita
Dal 16 al 21 luglio
ODISSEA
Orario: feriali 18-21.15; sabato 18-21.30; domenica 16-21.15; martedì 21.15
Sabato 18 e domenica 19 luglio
MINIONS & MONSTERS
Orario: sabato 16; domenica 19.15
Ivrea, Cinema Politeama
Dal 16 al 22 luglio
CHIUSO PER FERIE
Ivrea, Cinema Splendor Boaro
Dal 16 al 20 luglio
ODISSEA
Orario: feriali 21; sabato e domenica 17.45-21
MINIONS & MONSTERS
Orario: feriali 19.15; sabato e domenica 16
Valperga, Cinema Ambra
Fino al 19 agosto
CHIUSO PER FERIE          

Minions & Monsters (di Graziella Cortese)

“Il mio piano è così segreto che non so nemmeno io cosa sto per fare”: così parla Gru dal film “Cattivissimo me”… La storia animata dei personaggi dell’ormai celeberrimo cartone animato è nata dall’idea fortunata del disegnatore spagnolo Sergio Pablos, che era già stato impiegato come animatore nella Walt Disney.
Felonius Gru è un aspirante super-criminale e ha il sogno di dominare il mondo, mentre cerca per questo quasi costantemente l’approvazione di sua madre. Ha un legame indissolubile con i Minions, creature vecchie di milioni anni, probabilmente di origine extraterrestre: essi hanno un unico scopo, servire l’essere più cattivo e spregevole della Terra… sono molto fedeli, ma hanno un problema: sono sbadati e caotici a tal punto che il loro capo rischia di finire male a causa loro (benchè l’azione nefasta sia involontaria)… Hanno così causato la fine del Tyrannosaurus Rex, Dracula e perfino Napoleone Bonaparte.
I Minions sono alti circa un metro (anche se nelle pellicole cinematografiche appaiono più piccoli), hanno una forma ovoidale di colore giallo, indossano una salopette azzurra, parlano una lingua stranissima, ma in fondo quasi comprensibile.
Il cartone animato nelle sale dal 1° luglio è il settimo capitolo della saga di “Cattivissimo me”, ed è ambientato nel magico mondo di Hollywood. La trama: una guida turistica sta accompagnando un gruppo di viaggiatori a visitare il Museo dedicato alle origini del Cinema. Ma quando la comitiva si ritrova davanti alle statue di due Minions, Harry e James, nessuno li riconosce. Ha inizio così un viaggio a ritroso nel tempo in cui viene descritta l’epopea degli esserini gialli protagonisti: in questo modo scopriamo i loro legami con la terra dei Ciclopi, fino alla Hollywood degli anni Venti e al cinema muto. Un omaggio surreale alla settima arte.
Minions & Monsters
di Pierre Coffin
paese: Usa 2026
genere: animazione
doppiatori: Trey Parker, Pierre Coffin, Christoph Waltz, Riccardo Scarafoni,
Maccio Capatonda, Franca D’Amato
durata: 1 ora e 30 minuti
giudizio Cei: consigliabile, semplice, famiglie

Non basta avere opportunità: i giovani chiedono di contare davvero ed essere protagonisti (di Lorenzo Iorfino)

C’è un bisogno che spesso passa in secondo piano quando si parla di noi giovani: sentire di contare. Contare per qualcuno, contare nella comunità in cui si vive, contare nelle scelte che riguardano il proprio futuro.
I dati contenuti nel volume La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2026 dell’Istituto Toniolo raccontano una realtà che merita attenzione. Tra i giovani adulti intervistati, la percezione di contare si colloca leggermente sotto la media. Significa che molti giovani non sono certi del valore che la comunità attribuisce loro e del contributo che possono offrire. In altre parole, non si sentono pienamente riconosciuti.
Colpisce il fatto che, accanto a questa percezione, emerga una valutazione della giustizia sociale sostanzialmente intermedia. Molti giovani ritengono di aver avuto opportunità di studio e di accesso al lavoro. Eppure, nello stesso tempo, percepiscono in modo molto netto le disuguaglianze economiche del Paese, che raggiungono livelli elevati. Da una parte quindi la consapevolezza di aver avuto alcune possibilità, dall’altra la percezione di vivere in una società ancora segnata da profonde distanze.
Particolarmente significativo è il divario tra ragazzi e ragazze. I primi dichiarano una maggiore sensazione di contare e una più alta percezione di giustizia sociale, mentre le giovani donne avvertono maggiormente il peso delle disuguaglianze economiche. Un dato che richiama in punta di piedi la questione della parità di genere.
Interessante anche il ruolo dell’istruzione. Laureati e diplomati mostrano una percezione più forte di poter incidere e dare il proprio contributo rispetto a chi possiede altri titoli di studio. Il riconoscimento ottenuto attraverso il percorso formativo sembra rafforzare la consapevolezza di essere una risorsa per la società. Studiare, quindi, non significa soltanto acquisire competenze, ma anche sentirsi parte di un progetto collettivo.
Per questo il tema del sentirsi importanti non riguarda soltanto i giovani. Riguarda tutti noi. Una società cresce davvero quando sa offrire alle nuove generazioni non solo opportunità, ma anche riconoscimento. Perché sentirsi utili, ascoltati e valorizzati non è un lusso: è una condizione essenziale per costruire fiducia nel futuro.

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