Tenuta Roletto
Risvegliopopolare.it

lunedì 20 Luglio 2026

Reale mutua
Reale mutua
Risvegliopopolare.it

lunedì 20 Luglio 2026

SECONDA PUNTATA DELLA STORIA DELLA CASA GINO PISTONI DI GRESSONEY CHE FESTEGGIA 75 ANNI

Mille avversità la resero più forte

Ha rischiato di essere venduta, ora coniuga con successo accoglienza e sostenibilità

(di Severino Morgando)

Come ricordato in conclusione della prima parte di questa breve “storia” della Casa Alpina,...

Caricamento

DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

Toy Story 5

Ma i giocattoli veri ci sono ancora? Con queste domande sembra di essere un po’ trogloditi e...

EDITORIALE – Imparare la cultura… (della pace)

Ai microfoni dell’Ansa il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, ha detto che “di cultura della pace in giro, in questi tempi, ce n’è poca”. Accostando le parole pace e cultura, il cardinale sposta l’attenzione da un termine troppo spesso ridotto a slogan a una realtà che richiede impegno, educazione e perseveranza.
La pace, infatti, non nasce soltanto dalla fine di una guerra o dalla firma di un accordo. Nasce da un modo di pensare, di educare e di vivere le relazioni. Oggi la parola “pace” risuona ovunque: nei media, nei discorsi politici, nelle preghiere. Ma c’è una differenza profonda tra pronunciare una parola e costruire una cultura che cresce nel tempo, attraverso gesti, scelte e comportamenti quotidiani.
La cultura della pace è tutt’altro che un concetto astratto; è il modo in cui impariamo a guardare gli altri, il linguaggio che scegliamo, i valori che trasmettiamo. Se una società alimenta il sospetto, la contrapposizione e l’idea dell’altro come nemico, difficilmente potrà costruire una pace duratura.
Se, al contrario, educa al dialogo, al rispetto, all’ascolto e alla ricerca della verità, allora la pace smette di essere un’aspirazione e diventa uno stile di vita, cioè, cultura. È una responsabilità che non riguarda soltanto la politica o la diplomazia. Si costruisce nelle famiglie, nelle scuole, nelle parrocchie, nei mezzi di comunicazione e nelle conversazioni di ogni giorno. Ogni volta che scegliamo il dialogo invece dell’insulto, l’ascolto invece del pregiudizio, il confronto invece dello scontro, contribuiamo a diffondere quella cultura della pace che oggi, come osserva Pizzaballa, appare così fragile.
Quello del cardinale è un invito a cambiare prospettiva. La pace è un patrimonio culturale da coltivare, far crescere, diffondere ogni giorno; perché le armi possano scomparire dai campi di battaglia, devono prima perdere spazio nelle nostre coscienze.

100 anni fa il monumento ai caduti (di Fabrizio Dassano)

Foto: Domenica 18 luglio 1926, la folla assiepata intorno al monumento ai caduti della Grande Guerra (foto Ottolenghi). 
Il 10 luglio 1926 il sindaco, l’avvocato Mario Rossi, aveva emanato il proclama per annunciare la cerimonia, come riportò “Il Risveglio Popolare” del 15 luglio: “Cittadini! Il voto che, da anni, abbiamo formulato di consacrare in degna opera che affermasse e ridicesse ai venturi, il culto e la venerazione nostra per gli eroici concittadini che la morte abbatté sul campo dell’onore nella grande guerra per la grandezza della Patria, sta per essere sciolto!” Domenica, 18 luglio, “inaugureremo il monumento che la nostra concordia ha saputo creare, alla presenza augusta di S. A. R. il Principe di Piemonte”.
Seguivano le disposizioni e il programma del cerimoniale: “I palchi saranno due, uno per il Principe avanti al Monumento, a sera, e l’altro per le autorità ed Associazioni a mattina, dietro e di fianco al monumento (…). S. A. arriverà in automobile e scenderà presso al palco suo. Alle 10 ed un quarto si inizierà la funzione”. Così descrisse l’evento il quotidiano “La Stampa”: “Una enorme massa di popolo, accorsa dai paesi vicini, affollava le vie principali. Verso le 9, nei pressi della caserma Lamarmora e in corso Umberto si ammassarono le camicie nere, i Balilla e le Giovani italiane-canavesane”.
Nella tribuna reale prendevano posto il vescovo di Ivrea, monsignor Matteo Filipello, il sindaco di Ivrea, il prefetto di Torino, Agostino D’Adamo, la signora Benedetta Reycend – Chinaglia, presidente dell’Associazione Madri e Vedove dei Caduti della provincia di Torino, i deputati eporediesi Gino Olivetti e Carlo Alberto Quilico, l’avvocato Giorgio. Anselmi, presidente della Deputazione provinciale, il colonnello Giacomo Abrate, in rappresentanza del comandante del Corpo d’armata di Milano e della Divisione di Novara, lo scultore Pietro Canonica, il presidente del Tribunale Contardo Gazzi, il procuratore del Re, Ugo Alberto, il sotto-prefetto di Ivrea, Giulio Alliaudi, il maggiore dei carabinieri Paglieri, in rappresentanza del gruppo delle Legioni dei carabinieri di Torino, quindi i cappellani militari don Edmondo De Amicis e don Davide Gariglietti.
A fianco della tribuna reale, prendevano posto madri e vedove di caduti, mutilati di guerra, molti podestà dei circondari di Ivrea e di Torino, i presidenti di molti sodalizi patriottici. Alle 10,25, “un fragoroso scroscio di battimani della folla che gremiva il corso Cavour, i balconi e le finestre, e sinanco i tetti delle case, preannunziò l’arrivo dell’automobile che recava il Principe Ereditario”.
Dopo l’accoglienza del principe da parte delle autorità e il deferente saluto del sindaco alla tribuna reale, alle 11, al suono dell’Inno del Piave, fu scoperto il monumento ai caduti battezzato dal suo realizzatore: “La vittoria che porta pace”. Il vescovo Matteo Filippello benedisse il monumento, quindi il Principe scese dalla tribuna per deporre una corona di alloro, soffermandosi in raccoglimento. L’orazione di Salvator Gotta, iniziò con il commentare l’epigrafe: “Ivrea – figlia di Roma – il suo sangue più puro – dato alla Patria – restituito alla gloria di Roma – qui venera in eterno”. Quindi rievocò la storia bimillenaria di Ivrea, piegandola ad uso e consumo di quel 1926: dalla sua prima civiltà donata dall’antica Roma, la città pagava con i suoi caduti il proprio debito di riconoscenza, mantenendosi sempre fedele a Casa Savoia che doveva unificare la Nazione italiana, per portarla domani verso le “Fortune imperiali” d’Africa.
Terminata la cerimonia il Principe, accompagnato dalle Autorità, si recò in Municipio, salutato lungo il percorso da acclamazioni e lancio di fiori. Dal balcone assistette alla sfilata delle camicie nere, dei Balilla, delle scolaresche, delle Associazioni patriottiche, dei podestà del Circondario di Ivrea. Fu omaggiato del libro di Flavio Razetti La Canzone del Canavese pubblicata a Ivrea da Viassone. Verso mezzogiorno, il Principe lasciò la città per Moncrivello per inaugurare il gagliardetto dei Balilla.
Così la descrizione de “Il Risveglio Popolare” del monumento, sempre nel numero del 15 luglio: “Sorge in una aiuola quadrangolare chiusa da cornici di pietra di Oggiono. Su di una larga base a gradini della stessa pietra ben levigata, è il dedalo sulle cui facce (di marmo rosso oscuro di Corna Dafo, Valcamonica) stanno le iscrizioni. Le cornici e gli spigoli del dedalo sono marmo verde cupo di Ponte Valcamonica. Sul dedalo si innalza una splendida colonna corinzia di marmo rosso mandorlato di S. Ambrogio veronese dell’altezza di circa cinque metri. La colonna ha leggere scannellature fino a un terzo dell’altezza, terminanti in una corona d’alloro in bronzo; negli altri due terzi in alto la colonna è completamente liscia. La base attica della colonna ed il capitello corinzio sono in marmo di Botticino, oltre Brescia. Sul tavolato del capitello è posto un trofeo d’armi in grandezza naturale frammisto a rami d’alloro in bronzo. Alla base della colonna dal dedalo esce il rostro di una nave romana in marmo rosso oscuro su cui è posata una Vittoria alata di bronzo in panneggiamenti romani simboleggiante la ricchezza della Vittoria e la maternità della Patria”.
Alto 9,15 metri, fu realizzato dallo Stabilimento Industria marmi di Rezzato (Brescia) del Signor Guido Cavagnino, il medesimo che realizzò la parte architettonica e marmoraria del Monumento di Benedetto XV in S. Pietro a Roma, sempre opera di Pietro Canonica.
Le immagini dell’evento furono immortalate dal famoso fotoreporter torinese Silvio Ottolenghi accreditato agli eventi importanti: nel 1923 l’album dedicato al Principe di Piemonte, nel 1934 la visita di Hitler e Mussolini a Venezia con un reportage di 50 fotografie. Con l’entrata in vigore delle leggi razziali, Ottolenghi fu espulso dal partito fascista, privato delle attrezzature e del mobilio di casa. Fuggì quindi a Milano con la moglie Lidia e la figlia Tina, dove viveva l’altra figlia, Elena. Il figlio, Felice fu catturato a Torino dalle SS nel 1943 e fu ucciso nel 1944 ad Auschwitz. Silvio dopo la guerra tornò a Torino con la famiglia e ricominciò a lavorare. Il monumento “la vittoria che porta pace” resta testimone oggi delle tragedie nostrane della prima metà del Novecento.
Domenica 18 luglio 1926: Il corteo sfila in corso Cavour (foto Ottolenghi).Cartolina “Ivrea, Monumento ai Caduti e quartiere V. E.” (quartiere Vittorio Emanuele).

Il pioppo che sconfisse la nube (di Filippo Ciantia)

Nel Bosco delle Querce, a Seveso, c’è un grande pioppo. È l’unico albero sopravvissuto alle misure di bonifica adottate dopo la nube di diossina che il 10 luglio 1976 ferì il cuore della Brianza. Da quel disastro nacque una nuova cultura della sicurezza industriale, tradotta nella Direttiva Seveso, oggi riferimento europeo per la prevenzione dei rischi industriali.
Ma c’è un’altra eredità.
La rivista Epidemiologia & Prevenzione ha dedicato il numero commemorativo a Pier Alberto Bertazzi, medico del lavoro ed epidemiologo, che condusse numerosi studi sugli effetti dell’esposizione alla diossina, contribuendo in modo determinante alla comprensione delle conseguenze del disastro di Seveso. Bertazzi comprese che la ricerca doveva accompagnare nel tempo una comunità già impegnata a ricostruire il proprio futuro.
Da quella tragedia presero forma uno dei più importanti studi epidemiologici mai realizzati dopo un incidente industriale e una scuola di ricerca diventata punto di riferimento internazionale. Ma soprattutto fu riaffermato un metodo: l’epidemiologia non serve soltanto a contare i malati. Serve a conoscere le persone, il loro ambiente, il loro lavoro, le relazioni che costruiscono e la capacità di una comunità di reagire alle prove più dure.
Oggi chi percorre le strade di Seveso, Meda e Cesano Maderno incontra una Brianza viva, operosa e moderna. Il disastro non è stato dimenticato, ma non ha mai definito l’identità di questa terra. Anche il Bosco delle Querce, sorto dopo la bonifica nell’area più contaminata, racconta questa rinascita. E quel grande pioppo ci ricorda che la prevenzione nasce dalla conoscenza e la scienza produce i suoi frutti migliori quando diventa cura della comunità.
La nube tossica non è riuscita a sradicare ciò che teneva in piedi quella gente: le radici profonde di una popolazione laboriosa, di un territorio ricco di fede, solidarietà, associazionismo e senso civico. È forse questa l’eredità più autentica di Seveso: aver insegnato al mondo non solo come prevenire un disastro industriale, ma anche come una comunità, sostenuta dalla scienza e dalla forza delle proprie radici cristiane, possa trasformare una ferita in una speranza.
Cinquant’anni dopo, quel grande pioppo continua a fare ciò che ha sempre fatto: restare in piedi. Come la gente di quei paesi, “unita e fedele, piena di carità e liberta creatrice!”.

La pazienza di Dio vale più della nostra fretta – Commento al Vangelo di domenica 19 luglio

Il Vangelo di questa domenica ci consegna due parabole che parlano del Regno come di un seme, e ci invita a fermarci su un interrogativo semplice ma decisivo: chi semina davvero nel campo della nostra vita?
Gesù ci dice che il buon seme cresce anche mentre dormiamo, con una forza che non è la nostra. Quante volte, invece, vorremmo prendere il posto di Dio. Pensiamo che tutto regga solo perché ci siamo noi, che senza il nostro controllo ogni cosa vada in rovina. Ma la vita non ci appartiene: appartiene a Dio, e la sua potenza supera i confini stretti dei nostri pensieri. Non sarebbe allora più saggio lasciarci abitare da questo dinamismo d’amore, invece di pretendere che la vita cammini al ritmo che imponiamo noi?
Il Signore, davanti alla zizzania, non manda subito i servi a strappare: “lasciate che crescano insieme”. Non è forse la fatica cristiana imparare la pazienza di Dio verso il grano ancora fragile e verso la zizzania che convive con esso nel nostro cuore? Quante volte pretendiamo dagli altri, e da noi stessi, la santità immediata, come se bastasse un breve cammino per diventare perfetti. Carichiamo pesi sulle spalle di chi ci sta accanto, senza chiederci mai cosa lo abbia spinto a inciampare. Ci siamo mai fermati a metterci nei suoi panni, prima di giudicare?
La seconda parabola, quella del granello di senape, ci ricorda che le cose di Dio nascono piccole, nascoste, silenziose. Noi amiamo ciò che è grande e appariscente, sogniamo un Dio glorioso, e invece incontriamo un Dio crocifisso, umile come un seme gettato in terra. Impariamo allora a dare tempo alle persone di crescere e persino di sbagliare, accompagnandole con dolcezza, senza forzare i tempi ma senza nemmeno rallentarli.
Davanti a ogni germoglio fragile della nostra vita e di chi ci circonda, chiediamoci con umiltà: questo seme l’ho piantato io, oppure è Dio che lo fa crescere?
Mt 13,24-43 (Forma breve)
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne
il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero:
“Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura
e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».

La vacanza perfetta? Spegnere la chatbot, alzare lo sguardo e scoprire “l’altro” (di Cristina Terribili)

Superate le decisioni sulle mete turistiche più o meno gettonate, il controllo del traffico per evitare le giornate da bollino rosso, quest’estate sarà tutto più semplice e tutto più sereno: ad accompagnarci nei viaggi ci sarà la dolce, confortante e sempre piacevole presenza della chatbot.
Quel programma di intelligenza artificiale progettato per simulare un dialogo con un essere umano, capace di modelli linguistici avanzati, di comprendere il contesto, di adeguarsi a chi fa le domande dando sempre risposte appropriate che sembrano venire da un altro essere umano reale, capace di far superare la solitudine e con la quale si può conversare solo quando si ha voglia.
La chatbot non perde mai la pazienza, non fa domande di sua sponte, è possibile anche addestrarla o correggerla senza il timore di andare incontro ad una crisi di coppia.
Questo nuovo fenomeno sta dilagando aprendo interrogativi nuovi ma anche raccontando di come la nostra società si stia sempre di più allontanando da un confronto reale, preferendo la “facile conversazione” con un’intelligenza artificiale a cui si può confessare tutto, a cui si possono raccontare anche i più intimi segreti, che non giudicherà mai ciò che le viene riferito ma che sarà prodiga di consigli e di informazioni ritenute in quel momento utili, sicure, essenziali.
Tralasciando tutte le implicazioni sulla sicurezza dei dati personali, che riferiti ad un sistema solo all’apparenza neutro, vengono poi immagazzinati, selezionati ed usati per conoscere, indirizzare e anche sfruttare, scelte, informazioni o interessi di tutti noi, ci concentriamo sulla perdita a cui questo sistema (peraltro utilissimo in altri contesti) ci indirizza.
Non soltanto con lo sguardo rivolto verso uno schermo ma con la mente impegnata in una conversazione con un mezzo artificiale, perdiamo l’incontro reale con l’altro, fatto di carne ed ossa come noi e con una mente propria. Perdiamo la possibilità di sostenere un dialogo che si basa su un confronto, sulla capacità di dibattere (dove il dibattito è inteso come la possibilità di esprimere una propria tesi nel rispetto dell’altro), di poter risolvere un conflitto senza rompere la relazione, di essere flessibili.
Durante questa calda estate, si potrebbe provare ad alzare gli occhi dagli schermi per osservare quello che è presente intorno a noi. Potremmo magari accorgerci di una persona che potrebbe anche solo apparire interessante e con la quale provare a scambiare due parole, magari lasciando che le rispettive chatbot parlino tra loro. Chissà che non nasca una bella amicizia!

Caricamento