Tenuta Roletto
Risvegliopopolare.it

lunedì 8 Giugno 2026

Reale mutua
Reale mutua
Risvegliopopolare.it

lunedì 8 Giugno 2026

Caricamento

SE NE PARLA IN UNA CONFERENZA MARTEDÌ PROSSIMO AL POLO INFERMIERISTICO DI IVREA, ALLE ORE 18

San Francesco a Ivrea attraverso i suoi frati

Minori conventuali, dell’Osservanza e Cappuccini, una presenza in tutto il Canavese

(di Francesco Mosetto)

Riscoprire il carisma di Francesco d’Assisi. *** Si parla molto, in questi giorni, di Francesco...

DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

Antartica

Qualche anno fa il chimico Carlo Barbante ha pubblicato il libro “Scritto nel ghiaccio”: la nostra...

EDITORIALE – L’altro 2 Giugno, quello dell’impegno civile

Foto generata con IA
C’è chi si è chiesto perché non immaginare, accanto al doveroso omaggio a chi ha dato la vita per la libertà e al giusto riconoscimento a chi garantisce sicurezza e difesa, una grande sfilata delle energie civili che hanno contribuito a costruire la Repubblica e continuano a tenerla viva.
La Festa della Repubblica deve raccontare qualcosa di più; è molto più ampia delle sole sue istituzioni di difesa e sicurezza, più articolata, più vicina alla quotidianità dei cittadini. È fatta di persone che ogni giorno tengono insieme e fanno andare avanti il Paese: insegnanti, operatori sanitari, volontari, amministratori locali, ricercatori, educatori, magistrati, lavoratori sociali, giovani, donne e uomini del Terzo settore che intervengono dove emergono fragilità, bisogni e nuove povertà, costruiscono inclusione e opportunità… la lista è lunga quanto volete.
Esiste un “altro 2 Giugno” che non trova spazio nell’immaginario collettivo. È il volto di una Repubblica che aggiunge qualcosa al tema della difesa e della sicurezza e genera coesione, fiducia e solidarietà. Nessuna volontà di cancellare la memoria militare della Nazione, ma quando in giro per il mondo il Ministero della Difesa diventa Ministero della Guerra qualcosa, anche in una festa repubblicana, deve forse cambiare. E la società civile rappresenta una risorsa strategica per il Paese.
Nel principio di sussidiarietà, associazioni, fondazioni, organizzazioni di volontariato e reti civiche non sostituiscono lo Stato, ma lo affiancano, lo integrano, ne rafforzano la capacità di risposta. Là dove le istituzioni faticano ad arrivare, spesso sono queste realtà a mantenere viva la trama delle relazioni e della solidarietà.
Il 2 Giugno potrebbe diventare la festa di tutte le energie che sostengono la Repubblica, senza contrapporre il valore delle une alle altre, senza cancellare tradizioni e simboli, ma allargando lo sguardo, perché la forza di una Nazione non si misura solo nella capacità di difendersi e di proteggersi, ma anche in quella di prendersi cura di sé stessa. È una storia vera che merita di essere raccontata; non sarebbe una festa meno solenne, ma più repubblicana.

Vecchie storie valligiane (di Andrea Tiloca)

Foto: Lencio (Lorenzo Prola), Lorenzo Marten Canavesio e Mario Favero Longo
“È importante avere una valle, per nascerci, per viverci e per morirci. Quand’anche tu ne sei lontano, essa ti accompagna ovunque sei, racchiusa nello scrigno del tuo cuore, insieme con ondate di profumo d’infanzia, con il ricordo di giochi, del magico silenzio invernale, con la rapida visione di masse cangianti di nubi in fuga sui monti o della vampa ardente di remote estati, quando l’intera valle sembrava un calice verdeggiante sormontato da una campana di cristallo”.
Così si esprimeva lo scrittore valchiusellese Bernardo Bovis in un suo scritto. Mi è piaciuto citarlo perché soprattutto grazie a lui e alla mia prozia Maria Bario io ho, ancora oggi, a distanza di molti anni dalla scomparsa di entrambi, un nitido ricordo di narrazioni di alcune vecchie storie valligiane.
Furono loro, infatti, a farmi conoscere la pittoresca figura di Lencio, al secolo Lorenzo Prola, un animo semplice e fanciullesco, spesso mira di scherzi anche un po’ troppo crudi da parte di alcuni, ma, al fine, amato da tutto il paese. Egli, disadatto a gestirsi da solo, visse gran parte della sua vita al ricovero dei poveri vecchi del suo paese di Vico, che lo accolse già in giovane età grazie al buon cuore del suo fondatore don Pietro Aimino e alle suore della Santissima Annunziata che vi operavano. Egli un giorno espresse il desiderio di candidarsi alla carica di sindaco e per dissuaderlo qualcuno gli disse che non poteva ricoprire due cariche insieme, perché lui era già sindaco del Ricovero.
Per convincerlo ulteriormente gli fu regalata anche la fascia tricolore e fu così che, in molte cerimonie, accanto al sindaco effettivo, compariva ad un certo punto il buon Lencio che, con la sua fascia tricolore, elegante e impettito ascoltava l’inno nazionale o La leggenda del Piave e, dopo il discorso di rito del primo cittadino, andava a complimentarsi col “collega”.
Sempre a Vico, nella vecchia piazza Vittorio Emanuele, più nota come piazza del forno, viveva una singolare signora che in paese appellavano col nome poco amabile di Orca ‘t Carlo. Era uno spirito fanciullesco anche lei e amava divertire i bambini producendosi in un vero e proprio spettacolo in cui lei faceva incredibili smorfie, versi e contorsioni, denominato La mort ‘t bargnif (La morte di Belzebù). Si radunavano attorno a lei nella piazza o in qualche cortile veri e propri stuoli di bambini divertiti e festanti per vederla e lei, al termine dello spettacolo, li rimirava fiera e orgogliosa di tanto apprezzamento. Per due ragazzini un po’ discoli vi era anche un altro spettacolo serale di cui lei era sempre protagonista, ma questa volta inconsapevole. Stefano e Sergio, allorché la vedevano rincasare si arrampicavano su un muretto per vedere quando lei si preparava per andare a dormire. Ma i fanciulli non avevano fini impudichi, bensì amavano osservare lei che scioglieva le sue folte chiome mentre, di volta in volta, prendeva i tanti pidocchi che vi soggiornavano e infine, con meticolosità, li schiacciava col pollice sul tavolino da notte, contandoli scrupolosamente ad alta voce. Divertimenti innocui, semplici, che non arrecavano sconvenienza a nessuno.
Ancora nella stessa piazza, Secondo, uno degli storici gestori dell’albergo Corona Grossa era un vero e proprio mattacchione, di quelli che le raccontano così seriamente da farci cascare chiunque, perfino un novello geometra a cui disse con solennità che il bancone del suo bar era costruito in legno di fragola. Alle obiezioni di quest’ultimo, che asseriva essere quella una vera e propria eresia poiché non esisteva questo tipo di legno, Secondo sentenziò gravemente, portando una mano alla fronte: “Poveri noi, proprio lei mi dice questo, quando è risaputo da chiunque che i metri dei geometri sono, di regola, fatti in legno di fragola e a questo punto io dubito che lei si sia realmente diplomato”. Il povero ragazzo rimase sbacalito e infine disse confuso e balbettante che effettivamente si era dimenticato di questo fatto. Quindi la serata si concluse brindando al pregiatissimo legno di fragola.
Un simpatico aneddoto vede invece protagonista il già citato don Pietro Aimino, arciprete di Vico, il quale ogni domenica dopo la Messa solenne delle 10,30 si recava dalla chiesa parrocchiale al Ricovero dei poveri vecchi per pranzare. Il suo percorso era sempre il medesimo; saliva l’erta del Molinas e costeggiava il lavatoio pubblico, per poi imboccare via Mazzini e via Costituzione. Una delle tante volte, passando accanto al lavatoio fu salutato da alcune lavanderine, diciamo poco devote perché non avevano partecipato alla Messa, ma soprattutto note in paese per avere una lingua biforcuta. Il buon presule rispose gentilmente al saluto, sennonché una di esse, più sfacciata, ponendo una mano sul fianco gli si rivolse con tono spavaldo dicendo “Dica arciprete, è per caso poco lecito per noi di lavare e sciorinare i panni in giorno festivo?”.
La risposta di don Aimino, che non aveva neppure fermato il passo, arrivò repentina: “Direi che potrebbe anche essere lecito, purché laviate e scioriniate solo i panni vostri”. Una fragorosa risata si levò nel lavatoio e la insolente signora fu chiamata dalle altre a ritornare al suo lavoro e a tacere per non peggiorare la sua già miserrima figura. Tra i vari punti fermi dei paesi di un tempo, c’era senz’altro quello della rivalità tra alcuni di essi, la più nota delle quali era quella tra Vico e Brosso, rivalità che si esprimeva in curiosi racconti di fantasia cui farò cenno più in là, ma che raggiungeva il culmine tra i ragazzi durante il corteggiamento delle fanciulle soprattutto alle feste da ballo. Fu così che il giovane Remo, scocciato per essere stato malamente allontanato da un suo coetaneo brossese su un ballo a palchetto, mentre invitava una graziosa signorina, e di aver da lui subito altri torti e sbeffeggiamenti, non potendo reagire perché l’altro aveva anche una fisicità più possente della sua, decise di vendicarsi una volta che il rivale, molto libertino, veniva a trovare una delle sue morose a Vico.
[continua sul prossimo numero]

Il miele, la birra e il senso della terra (di Filippo Ciantia)

Immagine generata con IA
Nella stessa giornata ho ricevuto una email dal monastero benedettino della Cascinazza, presso Milano, e ho appreso della morte di Carlo Petrini, fondatore di Slow food.
I monaci condividevano la passione e la cura con cui producono il miele, la birra, un distillato. Quando lavorano con fatica la terra, raccolgono gioiosi il miele o seguono con attenzione la fermentazione della birra, non svolgono un’attività semplicemente per il mercato e il proprio sostentamento. Sono coscienti di collaborare all’opera di Dio nel mondo. Una vita di nascondimento e di operosità che educa alla pazienza, al rispetto dei tempi della natura, ammirati dalla fecondità della terra e dalla Provvidenza. Il prodotto non dipende da una etichetta che porta il nome di una abbazia, ma racconta il valore nobile del lavoro umano e di una vita in comunione e condivisa in tutti i dettagli quotidiani, soprattutto nelle attività comuni.
“Ogni volta che stappate una nostra birra o assaggiate il nostro miele, non state solo gustando un prodotto artigianale. State entrando in dialogo con la nostra quotidianità: silenzio, preghiera e un lavoro fatto bene”.
A suo modo, anche Carlo (“Carlin”) Petrini – anima di Slow Food, uomo delle osterie piemontesi, dei piccoli contadini, delle piazze e delle battaglie politiche per difendere la terra e il cibo dall’omologazione dei supermercati e dei fast food – cercava “il senso religioso della terra”: aveva percepito che la realtà rimanda sempre a qualcosa di più grande, che la vita non può essere ridotta a funzione, consumo o profitto.
Due storie diverse, due linguaggi quasi opposti, due visioni nate in ambienti che per molti anni si sono persino guardati con diffidenza.
Eppure, Petrini ammirava i monaci: “[…] le comunità benedettine […] hanno reinventato l’agricoltura in tutta Europa [… e salvato] la nostra civiltà contadina. Sulla base di una regola scritta da un uomo morto nel VI secolo, dall’VIII secolo al 1300 e oltre, i monaci salvarono l’ambiente e allo stesso tempo gli uomini dalla fame. […] anche noi dobbiamo ridare valore alle comunità, come fecero i monaci medievali. Sono le comunità locali che costituiscono il perno dell’economia”.
Davanti a tecnologie sempre più potenti, ciò che manca non è anzitutto l’intelligenza delle macchine, ma una sapienza umana del vivere. Come quella degli amici monaci e del caro Carlin.

La vita eterna comincia adesso, in Cristo Eucarestia – Commento al Vangelo di domenica 7 giugno

Fermiamoci un momento. Gesù non ci dice semplicemente: “vi do” del pane. Dice: “Io sono” il pane. Lui stesso. La sua persona, la sua vita, il suo amore. Non un simbolo, non un ricordo, non un’idea edificante. Lui. E questa distinzione cambia tutto.
I Giudei che lo ascoltavano inciampano subito, comprensibilmente: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. È una domanda onesta, in fondo. È la domanda di chi prende le parole sul piano del visibile, del misurabile, del razionale. Ma Gesù non si tira indietro, non addolcisce, non spiega in modo da togliere il mistero. Non riduce questa realtà alle nostre categorie. Al contrario, insiste, ripete, approfondisce: “In verità, in verità io vi dico”, è la formula più solenne che conosce. Come se volesse dirci: so che vi stupisce, so che vi scandalizza, ma è così.
E noi, oggi, dove ci collochiamo? Ci ritroviamo tra quelli che discutono, che chiedono spiegazioni, che vorrebbero un Dio più comprensibile? Oppure siamo tra quelli che si lasciano semplicemente nutrire?
C’è una fame che ci attraversa tutti, anche i più soddisfatti, anche i più occupati. Una fame di senso, di appartenenza, di amore che non finisca. E Gesù ha l’audacia di dirci: quella fame sono io che la riempio. Non una filosofia, non una pratica spirituale, nemmeno una comunità, per quanto bella. Lui. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”.
Quanto spesso invece noi andiamo a Messa come si va a un appuntamento tra i tanti? Quanto spesso la Comunione diventa un gesto abitudinario, quasi automatico, svuotato di quella meraviglia che dovrebbe accompagnarla sempre?
Gesù nell’Eucaristia aspetta. Aspetta te, aspetta me, con quella pazienza infinita che solo l’amore vero conosce. Quante volte siamo passati davanti a una chiesa senza fermarci? Quante volte siamo entrati distratti, già con la testa altrove?
“Chi mangia questo pane vivrà in eterno”. La vita eterna non è qualcosa che comincia dopo la morte. Comincia adesso, in questo incontro, in questo nutrimento. Ogni Comunione è un seme di eternità piantato nella nostra carne mortale.
Lasciamoci provocare da una domanda finale, la più semplice e la più esigente: quanto amiamo davvero Gesù Eucaristia? Non quanto lo conosciamo, non quanto siamo praticanti regolari; ma quanto lo amiamo? Perché solo l’amore trasforma la Messa da obbligo a incontro, da rito a vita.
Gv 6,51-58
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo
e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

La paura della paura: come nasce e si alimenta il circolo vizioso degli attacchi di panico (di Cristina Terribili)

Immagine ricavata da Freepik
Con giugno si apre una fase dell’anno piena di nuove sfide; le scuole stanno terminando, gli studenti attendono chi i risultati dell’anno e chi quelli degli esami, qualcuno si prepara alle vacanze e altri a qualche altro tipo di impegno, magari anche lavorativo o di volontariato. Si tratta di cambiamenti nella routine quotidiane, che a qualcuno potranno dare ansia o favorire attacchi di panico. Il noto musicista e compositore Giovanni Allevi, ha dedicato all’attacco di panico, di cui ha sofferto, un brano nel suo album Joy e ne ha scritto nei suoi libri.
Ma cos’è un attacco di panico? È un complesso insieme di sintomi somatici e fisici che pervadono la persona che li sperimenta e si accompagnano alla sensazione di perdere il controllo, di morire, o di trovarsi in una situazione in cui non esiste una via d’uscita.
I sintomi fisici degli attacchi di panico possono includere la tachicardia, capogiri, vertigini, tremori, sudorazione, sensazione di soffocamento o di asfissia (nodo alla gola), derealizzazione (la percezione che la realtà che ci circonda abbia elementi di irrealtà o di stranezza) e depersonalizzazione (sensazione di distacco e di estraneità dai propri pensieri o dal proprio corpo), nausea, dolori addominali, e altri che mettono in forte allarme chi li sta percependo.
Spesso l’arrivo di un attacco di panico è improvviso, facilitato da condizioni psicologiche o fisiche stressanti ma anche per condizioni climatiche particolari. Il momento degli esami è tra quelli che possono scatenarlo togliendo autonomia, autostima, autoefficacia e ponendo l’individuo in un costante stato di allarme sulle sensazioni che prova. Altrettanto spesso la crisi di panico non si esaurisce nell’episodio acuto. Quando i sintomi fisici vengono vissuti come il segnale di un pericolo imminente, può nascere il timore costante che l’attacco si ripresenti. È così che luoghi, spostamenti e attività di ogni giorno finiscono per apparire rischiosi. Molte persone iniziano allora a limitare i propri movimenti, preferendo uscire soltanto in compagnia o portando con sé oggetti che infondono sicurezza, anche semplici come una bottiglietta d’acqua, nella convinzione che possano aiutare ad affrontare un eventuale nuovo episodio.
Molto frequentemente per la cura dei disturbi ansiosi e per la cura degli attacchi di panico si fa ricorso solo ai trattamenti farmacologici che, pur alleviando i sintomi, mantengono il disturbo perché non insegnano strategie per affrontarlo positivamente. La psicoterapia ad indirizzo cognitivo e comportamentale è riconosciuta dalle linee guida internazionali come la migliore nel trattamento di questi “attacchi”, perché permette alla persona di sperimentare strategie per modificare i pensieri che accompagnano la crisi, e una presa di consapevolezza sul proprio corpo e sulle sensazioni corporee e fisiche che si possono sperimentare, senza aver timore che siano il segnale di una malattia o di qualcosa che non va per il verso giusto.

Caricamento