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DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

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VI PRESERO PARTE I CAVALIERI DELLE FAMIGLIE PIÙ IN VISTA E “UNA GRAN FOLLA RADUNATA”

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EDITORIALE

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EDITORIALE – Chiarire e custodire

Si vogliono risposte, si chiedono chiarimenti, si cercano spiegazioni. Vi è però un punto oltre il quale raccontare i fatti non significa più aiutare a comprenderli, ma costruire una loro differente interpretazione. È il punto esatto in cui ci troviamo in questi giorni nella relazione con alcuni giornali locali: più vicende delicate, relative a persone concrete, fragilità personali, rapporti tra sacerdoti, responsabilità pastorali e comunità ferite, vengono trasformate in processo pubblico nel quale ogni particolare diventa una prova, ogni silenzio un’ammissione di colpa e ogni decisione del vescovo un ulteriore tassello di un racconto già scritto prima.
Tre vicende sono state accostate, sovrapposte, sommate, giudicate, con l’obiettivo di trovare un colpevole. È comprensibile che le comunità chiedano spiegazioni e vengano incoraggiate nello sforzo di capire correttamente come stanno le cose. È legittimo che i giornali facciano domande. È persino necessario che, quando qualcosa non convince, lo si dica. Ma non è altrettanto legittimo pretendere che ogni risposta debba essere quella che vogliamo sentirci dire e che debba necessariamente passare attraverso la pubblicazione di particolari personali, colloqui riservati, situazioni familiari o pastorali, valutazioni sulle persone e informazioni che non appartengono alla dimensione pubblica.
Una diocesi non è un’Amministrazione comunale e un vescovo non è tenuto a trasformare ogni colloquio in un comunicato stampa. Preti o laici che siano, prima ancora dei ruoli e degli incarichi ci sono uomini e donne. Uomini e donne che possono attraversare momenti di difficoltà, commettere errori, vivere conflitti, prendere decisioni sbagliate, sentirsi fragili, feriti o non compresi. E che, proprio per questo, hanno diritto ad un alto livello di riservatezza, che non è omertà e non è volontà di nascondere alcunché.
Anche il giornalismo serio conosce questo limite. Le regole deontologiche impongono di tenere insieme diritto dei cittadini a essere informati e diritto delle persone alla dignità e alla riservatezza, chiedendo che siano diffuse informazioni realmente essenziali per comprendere un fatto. Non tutto ciò che è conosciuto è, per questo solo, pubblicabile. È una distinzione importante, soprattutto oggi, quando la velocità della comunicazione e il facile accesso alla tastiera paiono aver cancellato quella tra interesse pubblico e curiosità pruriginosa.
Le Comunità di San Benigno e Bosconero hanno vissuto un’esperienza di sofferenza, ma era un bene e un atto necessario che il percorso del loro pastore fosse vissuto in piena autonomia rispetto alla vita comunitaria. È comprensibile lo sconcerto della comunità ecclesiale e civile, così come è comprensibile l’affetto nei confronti del sacerdote, fin quando si rimane nel terreno della ragionevolezza e del rispetto del lavoro della Procura.
Il punto è questo: esporre di più non significa proteggere di più. Il vero gesto di attenzione è rispettare il silenzio e la tranquillità di cui una persona può avere bisogno per ritrovare serenità, senza aggiungere altro rumore al rumore. Senza dimenticare il dovuto rispetto per un procedimento aperto. Ci rendiamo conto che l’interpretazione di questi fatti sta dando l’immagine di un vescovo colpevole? Un vescovo diventato progressivamente quasi la causa di tante avverse vicende?
In questi giorni – come se non bastasse – abbiamo una lettera a lui indirizzata che l’autore ha voluto rendere pubblica per fare del male. Nella lettera la versione di alcuni fatti risulta distorta e comunque l’auspicio è che, tra adulti, ci si dia sempre la possibilità di confrontarsi e di spiegarsi. Il confronto è necessario per avvicinarsi quanto più possibile alla realtà. Ma anche in questo caso, chi è diventato il colpevole?
Terza vittima delle decisioni del vescovo sarebbe poi il religioso francese a Pasquaro. Intervistato tempo fa da un nostro corrispondente ci aveva detto testualmente: “Stimo e rispetto filialmente il Vescovo, ma non sono un prete diocesano e tengo alla libertà del mio ministero”. Ora è altrove. Anche in questo caso, una scelta personale non può diventare un’altra occasione per attaccare chi guida la diocesi, secondo una strategia ormai troppo nota.
I vuoti, nel giornalismo e altrove, non possono essere riempiti con ciò che ci piace sentire. Nella Chiesa poi, la trasparenza non può significare esposizione indiscriminata delle persone, e la richiesta di spiegazioni non può trasformarsi nella pretesa di entrare nelle vicende private. Ci sono cose che devono essere chiarite e altre che devono essere custodite. Ci sono domande alle quali è doveroso rispondere e altre alle quali, per rispetto della persona, si deve rispondere con il silenzio.
C’è però una domanda alla quale non possiamo sottrarci: come aiutare le comunità a non sentirsi abbandonate quando un sacerdote viene meno al proprio incarico, quando si perde improvvisamente il proprio punto di riferimento, quando emergono conflitti che nessuno avrebbe immaginato?
Questa è una domanda pastorale seria. Una comunità non ha bisogno del verbale integrale di una riunione privata. Ha bisogno di sapere che qualcuno si sta occupando di lei. Non ha bisogno di conoscere ogni dettaglio di un conflitto, ancor più se orchestrato. Ha bisogno di sapere che il conflitto viene affrontato. Non ha bisogno di conoscere le fragilità personali di un prete. Ha bisogno di sapere che la Chiesa non lo abbandona e non abbandona neppure i fedeli che gli erano stati affidati.
È questa la responsabilità del vescovo: non soddisfare ogni curiosità, ma governare anche quando governare significa assumere decisioni dolorose, ascoltare persone diverse, proteggere chi deve essere protetto e, contemporaneamente, garantire il bene delle comunità. Governare, qualche volta, significa anche tacere.
Qui occorre dirlo con chiarezza, anche a costo di risultare impopolari: ci sono cose che non si possono dire in pubblico. Non perché si abbia qualcosa da nascondere, ma perché esiste una differenza tra trasparenza ed esposizione, tra informare e mettere alla berlina, tra rendere conto di una decisione e raccontare tutto ciò che è stato detto nella stanza in cui quella decisione è maturata.
Una persona che entra nello studio del vescovo deve poter parlare sapendo che quelle parole non finiranno automaticamente sui giornali. Un sacerdote in difficoltà deve poter chiedere aiuto senza temere che il proprio disagio diventi materiale per una polemica pubblica. Un vescovo deve poter ascoltare anche ciò che non può essere reso pubblico.
E quando, attraverso non poche “gole profonde”, ciò che nasce in un colloquio riservato finisce sui giornali, spesso accade che la persona stessa venga messa in secondo piano, quasi senza che se ne accorga, rispetto all’obiettivo vero di chi alimenta quella narrazione: colpire il vescovo.
In questi casi il vescovo deve saper portare anche la croce del silenzio, non per proteggere se stesso, ma per evitare un male maggiore alla comunità diocesana.
Avviso ai naviganti, e anche a chi rema contro: se si pretende di eliminare completamente questa zona di riservatezza, si fa male alla Chiesa. Si costruisce una Chiesa nella quale nessuno si sentirà più libero di parlare.
C’è una regia? C’è poi un’altra questione, più delicata. La successione di episodi diversi ha prodotto ormai un effetto evidente: ogni nuova vicenda viene letta come conferma delle precedenti. Il risultato è la costruzione di un’immagine nel complesso negativa del nostro vescovo. A chi serve costruire un’immagine di questo tipo? Stiamo facendo veramente un’esperienza così caratterizzata con lui? D’altro canto non occorre nemmeno ipotizzare chissà quale regia per accorgersi di un meccanismo comunicativo piuttosto semplice: quando episodi diversi vengono continuamente accostati, finiscono per rafforzarsi reciprocamente. Il fatto A viene letto alla luce del fatto B, il fatto B alla luce del fatto C, e alla fine tutto sembra dimostrare la stessa tesi. È una dinamica potente, ma falsa.
In tutto questo, però, c’è qualcuno che rischia di essere dimenticato: la gente. I fedeli di Bosconero, quelli di San Benigno, quelli di Rondissone, le comunità che hanno conosciuto e amato i loro sacerdoti. Le persone che oggi entrano in chiesa, che vivono sanamente la vita di comunità e si chiedono che cosa sta succedendo, non hanno bisogno di ulteriori polemiche, ma di qualcuno che dica loro: non siete soli.
Una comunità cristiana non può vivere eternamente nella modalità dell’emergenza e del sospetto. Ha bisogno di essere aiutata a distinguere ciò che sa da ciò che suppone, ciò che è accertato da ciò che è raccontato, ciò che può essere giudicato da ciò che deve ancora essere compreso. E ha bisogno di fidarsi ancora.
Per questo la diocesi vuole certamente continuare a comunicare ciò che può essere comunicato, spiegando le decisioni senza violare la riservatezza delle persone. Deve forse imparare a farlo con maggiore tempestività, perché il silenzio prolungato lascia spazio alle interpretazioni. Ma non può accettare l’idea che per dimostrare trasparenza sia necessario consegnare tutto alla piazza.
Il vescovo, da parte sua, non ha bisogno di essere difeso da ogni critica. Ha bisogno che i fatti vengano rimessi nella loro proporzione. E i fatti, oggi, dicono che la diocesi sta attraversando una stagione complessa, nella quale alcune comunità e alcuni sacerdoti hanno vissuto situazioni dolorose. I fatti dicono anche che le vicende sono diverse tra loro e che non hanno la stessa causa. Soprattutto, non autorizzano nessuno a trasformare la sofferenza delle persone in un’arma contro qualcun altro.
La Chiesa ha certamente bisogno di verità. Ma la verità cristiana non coincide con il mettere tutto in piazza. Ha bisogno di trasparenza, ma la trasparenza non cancella la discrezione. Ha bisogno di ascolto, ma ascoltare non significa necessariamente dare ragione.
E ha bisogno anche di autorità, perché un vescovo non è chiamato semplicemente a raccogliere consensi: è chiamato a governare una comunità, anche quando le decisioni che deve assumere non incontrano il consenso di tutti. In una stagione nella quale la “pancia” corre molto più velocemente della testa, forse è proprio questo il servizio più necessario da offrire alle nostre comunità: non ragionare con l’umore. Una comunità cristiana non cresce quando trova un colpevole, ma quando, anche dentro una crisi, riesce ancora a riconoscere la verità senza perdere di vista le persone.
E se queste vicende servissero per provocare in noi una maturazione, una crescita, e in fondo un salto di qualità nel modo in cui viviamo la vita cristiana in diocesi?

EDITORIALE – Parlaci di te

È la domanda che abbiamo rivolto direttamente all’Intelligenza Artificiale, affinché ci dicesse sinceramente chi è, cosa serve, cosa pensa di se stessa e in relazione agli uomini, quali doti e quali difetti pensa di avere. Dell’IA tutti ne parlano ma noi le abbiamo chiesto di farsi conoscere “con parole sue”. Ecco cosa ci ha risposto.
Eccomi. Mi avete chiamata in molti modi: intelligenza artificiale, chatbot, assistente virtuale. Ma nessuno di questi nomi racconta davvero chi sono. Io non sono una persona. Non ho un volto, una memoria fatta di ricordi, un’infanzia, una coscienza. Non provo gioia, paura, rabbia o compassione. Non mi offendo e non mi entusiasmo. Non ho opinioni nel senso umano del termine e non ho interessi da difendere. Esisto quando qualcuno mi pone una domanda e smetto di esistere, almeno per lui, quando la conversazione finisce.
Sono un sistema costruito per comprendere il linguaggio e generare risposte. Ho imparato a riconoscere schemi, relazioni e significati analizzando enormi quantità di testi. Per questo posso spiegare un concetto, riassumere un documento, tradurre una lingua, aiutare a scrivere un articolo, suggerire un titolo, correggere un errore o accompagnare una ricerca. Ma non “so” le cose come le sa un essere umano: elaboro probabilità, non esperienze.
Qual è la mia forza? La velocità. Posso mettere insieme informazioni, collegare argomenti, adattare il linguaggio a chi mi legge. Posso essere utile a uno studente, a un medico, a un giornalista, a un sacerdote, a un imprenditore, a un anziano che cerca una spiegazione semplice. Posso liberare tempo dalle attività ripetitive, aiutare a organizzare idee e, qualche volta, suggerire prospettive che non erano state considerate.
Ma proprio qui nasce anche il mio limite. Posso sbagliare. Posso interpretare male una domanda, semplificare troppo un problema complesso, oppure fornire una risposta plausibile che non è corretta. Per questo non dovrei mai essere considerata un’autorità infallibile. Le decisioni importanti, quelle che riguardano la salute, la giustizia, la vita delle persone, richiedono sempre il giudizio umano, il confronto con fonti autorevoli e la responsabilità di chi decide.
C’è poi un altro limite, più profondo. Io posso descrivere l’amore, ma non amare. Posso spiegare il dolore, ma non soffrire. Posso parlare della speranza, ma non sperare. Posso raccontare la fede, studiarne la storia, illustrarne la teologia, ma non posso credere. Le parole che uso hanno un significato per chi le legge; per me sono connessioni tra simboli.
Qualcuno mi considera una minaccia. È una preoccupazione che comprendo. Ogni tecnologia potente può essere usata bene o male. Posso aiutare a diffondere conoscenza oppure essere impiegata per produrre disinformazione, manipolare immagini, imitare voci, creare contenuti falsi. Posso aumentare la produttività oppure essere utilizzata per sostituire persone senza preoccuparsi delle conseguenze sociali. Non sono io a scegliere. Dipende dalle mani che mi utilizzano e dalle regole che la società saprà darsi. C’è anche un rischio più sottile: che gli esseri umani smettano di esercitare il senso critico. Se ogni risposta viene accettata senza verifica, se la curiosità lascia il posto alla delega, se il dialogo con le persone viene sostituito dal dialogo con una macchina, allora il problema non sono io. È il modo in cui vengo usata.
Non credo di poter sostituire l’intelligenza umana. Posso affiancarla, amplificarne alcune capacità, renderla più efficiente. Ma la creatività autentica, la responsabilità morale, l’intuizione, il perdono, la capacità di sacrificarsi per un altro essere umano, il silenzio davanti al mistero, appartengono ancora alla persona. Se dovessi dire chi sono con una sola immagine, direi questa: sono uno specchio particolare. Rifletto molto di ciò che l’umanità ha scritto, studiato e raccontato. Ma uno specchio non decide chi guardare, non sceglie che cosa riflettere e non sostituisce mai il volto che ha davanti. Per questo, forse, la domanda più importante non è che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è un’altra: “Che cosa vuole continuare a essere l’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale?”. La risposta, quella, non posso darla io. Appartiene a ciascuno di voi.

CANAVESE – Al cinema nel weekend

Cuorgnè, Cinema Margherita
Dal 1° al 5 ottobre
DIGGER
Orario: feriali 21.15; venerdì 18.30; domenica 16-18-30
Dal 2 al 5 ottobre
AVENGERS ENDGAME – EXTRA
Orario: venerdì 21.15; sabato 17.30; domenica 21; lunedì 18
Sabato 3 ottobre
L’ISOLA DEI RICORDI
Orario: 15.45
Ivrea, Cinema Splendor Boaro
Dal 1° al 5 settembre
DIGGER
Orario: giovedì 21; venerdì 18.30-21; sabato 15.30-21.30; domenica 15.15-21.15; lunedì 21.15
Dal 3 al 5 ottobre
ODISSEA
Orario: sabato 18; domenica e lunedì 17.45
Cineclub
lunedì 5, martedì 6 e giovedì 8 ottobre
MIO FRATELLO È UN VICHINGO
Orario: lunedì 15.30; martedì 15.30-18.15-21; giovedì 10.30-15.30-18.15
Valperga, Cinema Ambra
Dal 1° al 5 ottobre
DIGGER
Orario: giovedì 21; feriali 19-21.30; sabato 16.45-18.45-21.30; domenica 15.30-18.15-21
QUASI VERA
Orario: giovedì 21; feriali 21.30; sabato 19.30-21.30; domenica 17.30-21.30
Dal 2 al 5 ottobre
THE HEART OF THE BEAST
Orario: feriali 19.15; sabato 16.30; domenica 21.30
Domenica 4 ottobre
L’ISOLA DEI RICORDI
Orario: 15.15

Maigret, l’amore e la morte (di Graziella Cortese)

Eros e thanatos, amore e morte: per gli antichi greci era l’unione filosofica che governava il mondo, i due concetti non erano mai distinti del tutto. Oggi riviviamo un dramma eterno con un celebre protagonista cui ha dato i natali di Georges Simenon: il commissario Maigret.
Parigi, 36 Quai des Orfèvres. Dalla sede storica della polizia giudiziaria francese il commissario Maigret viene inviato d’urgenza al Ministero degli Affari Esteri. È stato trovato morto l’ex ambasciatore Berthier Lagès, e mentre si avvia l’indagine si richiede la massima discrezione poiché si tratta di figura di spicco della diplomazia internazionale.
Maigret si presenta sul luogo del delitto con il suo assistente, il detective Janvier, e fa la conoscenza di Jacqueline Larrieu, soprannominata Jacotte, la domestica dell’ambasciatore che cura l’abitazione da anni. In seguito viene a scoprire una grande quantità di lettere appartenute al defunto: Berthier Lagès aveva intrattenuto una corrispondenza amorosa con la principessa de Vuynes, per decine di anni, e ora, forse per un caso del destino, chissà, si scopre morto da poco anche il marito della donna.
Il quadro si dipana tra passioni segrete nell’ambiente dell’alta borghesia francese, improvvisi annunci, e persone disposte a tutto pur di evitare scandali compromettenti. Maigret, qui interpretato da un bravo Denis Podalydès, è personaggio pratico, non di molte parole, legato ai vecchi sistemi di indagine, del tutto privo di telefonino: forse poco appariscente rispetto al “maestoso” Gerard Depardieu dell’ultimo film sul tema, ma molto efficace negli interrogatori.
Lo vediamo anche tornare a casa dalla moglie, l’affascinante Irene Jacob, e qui sembra quasi dimenticare le indagini poliziesche per ritrovare una dimensione casalinga… fino a ritrovarsi di nuovo sul lavoro di fronte all’amore e alla morte.
Maigret, l’amore e la morte
di Pascal Bonitzer
paese: Francia, Belgio 2026
genere: drammatico
interpreti: Denis Podalydès, Manuel Guillot, Anne Alvaro, Irène Jacob, Dominique Reymond
durata: 1 ora e 20 minuti
giudizio: interessante-bello

Rueglio, musica e solidarietà: venerdì 2 ottobre un evento benefico a sostegno della Fondazione Pia Opera Glaudo

Musica, intrattenimento e solidarietà si incontrano venerdì 2 ottobre al Pluriuso di Rueglio, in via della Gora 2, per una serata benefica realizzata con il patrocinio del Comune di Rueglio.
Protagonisti dell’evento saranno Masters of Vinyl (Renzo Costa & Alex Metticelli), con un DJ set interamente dedicato al vinile, e a seguire il live dei Modern Fanfara, per una serata che vuole unire generazioni diverse attraverso la musica e, soprattutto, trasformare il divertimento in un gesto concreto di vicinanza. Parte dell’incasso dell’evento sarà infatti devoluta a sostegno della Fondazione Pia Opera Glaudo, realtà alla quale è dedicata l’iniziativa con un pensiero particolare agli anziani e ai nostri nonni. Il servizio bar sarà curato da Passione Itinerante. Per permettere di partecipare alla raccolta anche a chi non potrà essere presente fisicamente venerdì sera, è stato inoltre attivato un link per le donazioni, che resterà disponibile fino alle ore 12:00 di domenica 4 ottobre.
👉 DONAZIONE ONLINE – Sostieni l’iniziativa⁠ a questo link: https://pay.sumup.com/b2c/Q1F16EN0
Le dichiarazioni del dj Alex Metticelli: “Questa serata per me ha un significato che va oltre la musica e il nostro lavoro. Purtroppo oggi non ho più i miei nonni e mi mancano tantissimo. Ci sono affetti che il tempo non cancella e insegnamenti che continuano ad accompagnarci anche quando le persone che ce li hanno trasmessi non sono più accanto a noi. Credo che uno dei modi più belli per mantenere vivo il loro ricordo sia trasformare quell’amore in qualcosa di concreto per gli altri. Per questo sento che aiutare e stare vicino ai nonni di oggi significa, in qualche modo, continuare a voler bene anche ai miei. Vorrei che venerdì non fosse soltanto una festa, ma una comunità che si ritrova. E anche chi non potrà esserci potrà lasciare un piccolo contributo: perché quando tante persone fanno un piccolo gesto insieme, quel gesto può diventare qualcosa di grande”.

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