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domenica 25 Gennaio 2026

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EDITORIALE

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Una domanda è posta alla fine dell’articolo di pagina 11, circa l’arrivo di altri due centri...

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La crisi Konecta approda in Regione

13 gennaio manifestazione sotto il Grattacielo della Regione Piemonte a Torino dei lavoratori e lavoratrici di Konecta provenienti dalle sedi di Ivrea e Asti

Manifestazione, ieri mattina, martedì 13 gennaio sotto il Grattacielo della Regione Piemonte a...

Storico Carnevale di Ivrea – Tornano le Alzate degli Abbà: 1° e 8 febbraio 2026

Questa antica cerimonia celebra i bambini scelti ogni anno per rappresentare le cinque parrocchie storiche della città: San Grato, San Maurizio, Sant’Ulderico, San Lorenzo e San Salvatore.
Le Alzate si svolgono nel pomeriggio della Terzultima e della Penultima domenica prima di Carnevale. Nella prima alzata del 1° febbraio saranno protagonisti Celeste Bortolot per San Grato, Francesco Brucchietti per San Maurizio, Diletta Irma Pistoia per Sant’Ulderico, Nicolò Clemente per San Lorenzo e Matilda Caglioti per San Salvatore. La seconda alzata, prevista l’8 febbraio, vedrà protagonisti Viola Rossi per San Grato, Margherita Ganio per San Maurizio, Allegra Maria Bergantin per Sant’Ulderico, Lea Bessolo per San Lorenzo e Chiara Perotta per San Salvatore. Le cerimonie inizieranno alle 14:30 dalla Parrocchia di San Grato e proseguiranno poi nelle altre parrocchie, concludendosi alle 16:30 a San Salvatore.
A partire dal Giovedì Grasso, i bambini indosseranno i costumi rinascimentali, sfileranno a cavallo accompagnati da un palafreniere e, nella serata del Martedì Grasso, avranno l’onore di appiccare il fuoco agli Scarli nelle piazze delle proprie parrocchie, sancendo il loro ruolo di capi della festa.

BORGO REVEL – IN PREGHIERA PER LA GIORNATA DELLA MEMORIA

(elisabetta acide) Durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa, Paolo VI il 5 gennaio 1964  a Gerusalemme, ha incontrato il patriarca Antenagora in uno storico abbraccio, con quelle parole che entrambi hanno sussurrato,che avrebbero dovuto essere riservate, ma che per un disguido sono state pubblicate,e che ci fa molto bene rileggere: “Veramente penso che questo è un momento che viviamo in presenza di Dio… la Provvidenza ci ha scelto per intenderci…”, incontro ricordato da Papa Francesco nel 2014, durante la sua visita  a Yad Vashem, il memoriale della Shoah a Gerusalemme, con queste parole: “Voglio dire, con grande umiltà, che il terrorismo è male! E’ male nella sua origine ed è male nei suoi risultati. E’ male perché nasce dall’odio, è male nei suoi risultati perché non costruisce, distrugge! Che tutte le persone capiscano che il cammino del terrorismo non aiuta! Il cammino del terrorismo è fondamentalmente criminale! Io prego per tutte queste vittime e per tutte le vittime del terrorismo nel mondo. Per favore, non più terrorismo! E’ una strada senza uscita!”.
Tre sono i pontefici che si sono recati ad Auschwitz: San Giovanni Paolo II,papa polacco, nel 1979,Benedetto XVI, papa tedesco, nel 2006 e Papa Francesco 2016. Tutti ci hanno lasciato parole che devono sollecitare il nostro impegno per la memoria ed il ricordo, unito alla costante preghiera  che nasce dal cuore e ci aiuta a tenere lontano l’odio, terribile nelle sue opere.
“Vengo qui come pellegrino…Nel posto in cui orrendamente fu calpestata la dignità dell’uomo, in nome dell’odio razziale e del disprezzo, la grande vittoria finale è stata riportata dalla fede e dall’amore. ..Vengo per guardare ancora una volta negli occhi insieme a Voi, indipendentemente da quale sia la Vostra fede, la causa dell’uomo.Vengo per pregare insieme con voi tutti che oggi siete venuti qui…”(Giovanni Paolo II, Omelia S. Messa presso il campo di concentramento di Auschwitz –7 giugno 1979)
“Prendere la parola in questo luogo di orrore di crimini contro Dio e l’uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile…In questo atteggiamento di silenzio che ci inchiniamo profondamente nel nostro intimo davanti alla innumerevole schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte; questo silenzio, tuttavia, diventa poi domanda ad alta voce di perdono e di riconciliazione, un grido al Dio vivente di non permettere mai più una simile cosa” (Benedetto XVI, Discorso ad Auschwitz, Viaggio Apostolico in Polonia e Visita ad Auschwitz e Birkenau – 28 maggio 2006).
Papa Francesco volle condurre nel silenzio più assoluto la sua visita,in una  preghiera silenziosa, comunicando il dolore per l’orrore della Shoah solo attraverso simboli e gesti e una preghiera scritta nella sua lingua sul libro d’Onore del lager:  “Señor ten piedad de tu pueblo. Señor, perdón por tanta crueldad!”
Una preghiera che “grida” nel silenzio, che diventa la preghiera di tutti noi.
“Ogni ebreo che hanno ucciso è stato uno schiaffo in faccia al Dio vivente nel nome di idoli» (cfr. J.M. Bergoglio,Il cielo e la terra , 2013)
Se l’Italia con la legge del 211 del luglio 2000 ha istituito la “giornata della memoria” nella data –simbolo della liberazione del campo di Auschwitz, per ricordare le vittime della Shoah e tutti i deportati nei complessi concentrazionari,  l’ONU con la risoluzione 60/7 del 2005 ha sancito l’importanza di commemorare la data del 27 gennaio esortando gli Stati membri a educare le nuove generazioni per prevenire futuri genocidi, la riflessione e la preghiera è un momento per andare “oltre” la celebrazione”, è momento di riflessione e affidamento di tutte le vittime e per tutti chiamati ad adoperarsi per combattere ogni forma di intolleranza, di razzismo, di antisemitismo ed ogni forma di persecuzione.
La comunità parrocchiale è invitata a ritrovarsi alle ore 20.00 di lunedì 26 gennaio in Casa Parrocchiale, per la preghiera e ricordo delle vittime della Shoah e riflessione per un dei maggiori drammi della storia.
Pregare è riconoscere l’importanza della memoria della tragedia della Shoah che, come ricordava Papa San Giovanni Paolo II: “La relazione della Chiesa con il popolo ebraico è diversa da quella che condivide con ogni altra religione. Non è soltanto questione di ritornare al passato. Il futuro comune di ebrei e cristiani esige che noi ricordiamo, perché non c’è futuro senza memoria” (Noi ricordiamo: una Riflessione sulla Shoah).
Pregare è   chiedere a Dio con fede di ispirarci relazioni fraterne, di infondere nei nostri cuori il desiderio di dialogo,  è chiedere perdono per quegli uomini che hanno causato “l’abisso ed il paradigma del male”, la terribile brutalità e atrocità che l’umanità ha conosciuto.
Pregare è ricordare “le tragedie che il popolo ebraico ha sofferto nel nostro secolo conduca a nuove relazioni con il popolo ebraico. Desideriamo trasformare la consapevolezza dei peccati del passato in fermo impegno per un nuovo futuro nel quale non ci sia più sentimento antigiudaico tra i cristiani e sentimento anticristiano tra gli ebrei, ma piuttosto un rispetto reciproco condiviso, come conviene a coloro che adorano l’unico Creatore e Signore ed hanno un comune padre nella fede, Abramo.” (Noi ricordiamo: una Riflessione sulla Shoah)
Pregare è chiedere la pace anche per questo mondo dove ancora si combatte quelle “guerre a pezzi” che ci raccontano di un mondo ancora dominato da e malato di crudeltà, di violenza, di sofferenza, di sopraffazione.
Pregare nel ricordo delle vittime della Shoah e di tanti uomini e donne uccisi nei complessi concentrazionari, è rivolgere la nostra supplica a Dio perché l’uomo non ripiombi mai più nell’oscurità del male, senza valori etici, senza rispetto della Persona e della sua dignità, per costruire quei valori condivisi che fondano la “civiltà dell’amore” e tramandarli ai giovani.
Ritrovarsi a pregare è dire quel “mai più” che deve nascere dalla consapevolezza e riveste l’impegno della “memoria” come dovere di tutti, per combattere l’indifferenza, che non può essere più ammissibile.
Pregare è chiedere a Dio di non stancarsi di donarci la sua misericordia,di aiutarci a camminare sui sentieri della giustizia e della pace
Pregare è chiedere di rimanere “persone” per non consentire più all’uomo di vivere la “morte dell’umanità”, dei sentimenti umani, della capacità di essere uomini, di vivere la pietà e la compassione.
Nella consapevolezza che il Dio della Bibbia è un Dio vivente (Deuteronomio 5, 22; Geremia 10, 10), un Dio  che ama l’uomo e  vuole che l’umanità sostenga i principi della giustizia e della misericordia (Deuteronomio 30, 20), preghiamo perché l’uomo non si dimentichi mai della  sua “umanità” verso il mondo.
Sei milioni di vite perdute, spezzate, di sogni dissolti, di famiglie, di storia, di futuro, di nome, di identità… ma Dio è il Dio della vita e come uomini e donne di pace, invochiamo da Dio, pace e speranza per ogni uomo e per l’umanità intera.
Vogliamo “radicarci” nella Parola di Dio,rafforzare legami fraterni,preservare la nostra umanità, costruire speranza. Ciascuno di noi è chiamato a portare il Vangelo e dobbiamo farlo combattendo il male con il bene, con la vigilanza ed il rispetto che abbiamo imparato e che dobbiamo ancora vivere e diffondere, con la consapevolezza che il dialogo, il rispetto, la tolleranza, possono recidere odi e pregiudizi, stereotipi.
Faremo nostre le parole di Papa Francesco a conclusione della sua  lettera enciclica Fratelli tutti
“Signore e Padre dell’umanità,
che hai creato tutti gli esseri umani con la stessa dignità,
infondi nei nostri cuori uno spirito fraterno.
Ispiraci il sogno di un nuovo incontro, di dialogo, di giustizia e di pace.
Stimolaci a creare società più sane e un mondo più degno,
senza fame, senza povertà, senza violenza, senza guerre.
Il nostro cuore si apra
a tutti i popoli e le nazioni della terra,
per riconoscere il bene e la bellezza
che hai seminato in ciascuno di essi,
per stringere legami di unità, di progetti comuni,
di speranze condivise. Amen.”

La diaspora ugandese che cantò in Vaticano (di Filippo Ciantia)

Tra i libri dello zio missionario, l’amico Alberto ne ha trovato uno intitolato “Ugandan African Martyrs’ Oratorio”, che racconta una storia interessante ed originale per la città di Varese e per la storia della musica sacra africana.
Nel 1964, la Chiesa decide di celebrare a Roma, durante le fasi finali del Concilio, la canonizzazione dei Martiri d’Uganda. Si desidera una liturgia che rappresenti la cultura e la sensibilità delle popolazioni e delle tribù dei martiri. Joseph Kyagambiddwa, già noto compositore, viene incaricato di scrivere la musica per le celebrazioni. Nasce così un Oratorio in lingua Luganda – 22 composizioni di musica sacra con testo poetico – la cui traduzione in italiano è contenuta nel prezioso libretto.
È impossibile portare un coro dall’Uganda a Roma, a causa dei problemi logistici e dei costi elevati (l’Uganda indipendente dal 1962 non ha risorse). Kyagambiddwa ha un’idea geniale: creare il coro in Europa, reclutando ugandesi che si trovano già qui (studenti universitari, seminaristi, lavoratori emigrati…). Contatta ambasciate e diocesi, e accetta anche cantori non professionisti. Nasce un coro eterogeneo di giovani ugandesi della diaspora.
Non basta. C’è un altro aspetto rivoluzionario in questa creazione. Kyagambiddwa insegna gli inni lavorando intensamente sulle pronunce, mantenendo i ritmi tradizionali, utilizzando la notazione occidentale ma con lo stile vocale africano, accompagnato da strumenti mai usati nella musica sacra: tamburi, percussioni, shakers. La musica è scritta sullo spartito – pentagramma, chiavi, note, tempi, entrate delle voci – ma non deve essere cantata come un coro europeo. Il 18 ottobre 1964, davanti a Paolo VI, ai padri conciliari e a fedeli da tutto il mondo, per la prima volta nella storia, nella Basilica di San Pietro viene eseguita una musica liturgica africana. L’Uganda “canta sé stessa” nel cuore della Chiesa cattolica.
Il successo fu strepitoso, quanto inatteso.
Si fece una sola replica in Europa. Durante il Concilio il prevosto di Varese don Manfredini aveva intessuto rapporti di amicizia e stima con alcuni vescovi africani. Il 25 ottobre le reliquie dei martiri entrarono nella Basilica di San Vittore e, alla presenza di 5 vescovi ugandesi, ebbe luogo una celebrazione che rimane unica e storica.
“Il cantare è proprio di chi ama” (Sant’Agostino)

Il Regno dei cieli è vicino! – Commento al Vangelo di domenica 25 gennaio 2026

Gesù inizia il suo ministero proprio dove le tenebre sembrano più fitte: in Galilea, terra di frontiera, crocevia di popoli. E lì, come annunciato da Isaia, “per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta“.
Il Signore non aspetta che usciamo dal buio, ma viene Lui a cercarci proprio lì dove siamo.
Queste “regioni di morte” non sono solo luoghi geografici, ma la condizione di chi vive senza la luce di Dio. Avanziamo a tentoni, mendicando vita, cercando felicità, ma sbagliando spesso mira. Quali sono le “tenebre” in cui mi trovo oggi? Dove stiamo cercando luce e consolazione lontano da Cristo?
Dietro quante scelte sbagliate c’è la ricerca della felicità! Ci attacchiamo a ideologie effimere, a relazioni malate dove elemosiniamo un po’ d’amore, a spiritualità vaghe pur di rispondere al nostro bisogno di Dio.
Gesù proclama: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino“. Che meraviglia questa parola!
Convertirsi non significa tornare indietro all’osservanza della legge, ma fare un balzo in avanti: afferrare la salvezza che Dio ci dona gratuitamente! La prima conversione consiste nel credere, nel passare dall’idea di un Dio che chiede e minaccia a quella di un Dio che viene a mani piene per darci tutto.
E noi, quale immagine di Dio portiamo nel cuore? Un Dio che esige o un Dio che dona? Come possiamo oggi “convertirci” alla grazia, volgendoci verso Cristo?
Il Vangelo continua raccontando che Gesù passa, vede e chiama i primi discepoli. Ancora oggi passa nella nostra vita quotidiana, ci guarda dentro profondamente, conosce di quanto bene siamo capaci e chiama ciascuno per nome.
Allora chiediamoci: dove Gesù “passa” nella nostra vita oggi? Sappiamo riconoscere il suo sguardo d’amore che ci cerca?
I discepoli “subito lasciarono” tutto e lo seguirono. Non esiste un momento in cui possiamo dire di essere arrivati: ogni giorno siamo chiamati a dire i nostri “sì” al Signore.
Chiediamo la grazia di lasciarci incontrare sempre di nuovo dal suo sguardo, “ri-decidendoci” ogni giorno a seguire Lui, vera luce di vita!
Mt 4,12-23 (Forma breve)
Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali,
perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».

Anche la società deve educare, le sue responsabilità sono infinite con i linguaggi, i toni, i modelli che usa le giovani generazioni è l’intera società (di Cristina Terribili)

L’accoltellamento di un giovane ad opera di un coetaneo in una scuola di La Spezia ha ulteriormente alzato l’asticella sul tema sicurezza, sviando elegantemente sul tema che sta molto all’origine della (in)sicurezza; quello dell’educazione. Il fatto di La Spezia, nei tanti commenti che ne sono seguiti, ha pesantemente rimesso al centro il ruolo della scuola, gettandole sulle spalle le sue responsabilità, le tante (probabilmente troppe) cose che dovrebbe fare come se fosse l’unica istituzione educante. Di questo tema abbiamo già scritto più volte, come pure della responsabilità educante delle famiglie, anch’essa spuntata nei commenti.
Ma sono solo queste due “istituzioni” ad essere educanti? Non appare mai una riflessione sul ruolo educante anche delle varie componenti della nostra società: dalla politica allo sport, dai giornali alla televisione e tanto altro… Perché è la società intera a educare; attraverso i linguaggi che usa, i toni che legittima, i modelli che premia: (dis)educa quando normalizza l’insulto, quando trasforma l’aggressività in spettacolo, quando riduce la complessità a slogan urlati; (dis)educa quando la politica parla per nemici, lo sport giustifica l’odio in nome della rivalità, il giornalismo rincorre il sensazionalismo, l’economia celebra il successo a qualsiasi costo; (dis)educa quando dice una cosa e ne pratica un’altra.
Si chiede ai giovani rispetto, ma si offre loro uno spazio pubblico dominato dalla derisione. Si invoca il dialogo, ma si costruiscono carriere sull’umiliazione dell’altro. Si parla di regole, ma si accetta (o si applaude) chi le aggira. In questo cortocircuito educativo, la scuola e la famiglia diventano comodi capri espiatori: le uniche istituzioni a cui si chiede coerenza, mentre tutto il resto del sistema può permettersi l’irresponsabilità.
La politica è forse l’esempio più evidente. Il linguaggio politico degli ultimi anni ha sdoganato l’insulto, la semplificazione brutale, la disumanizzazione dell’altro. Il messaggio che passa è che per affermarsi bisogna alzare la voce e non argomentare; colpire e non comprendere. Anche lo sport spesso tradisce la sua funzione educativa, quando l’avversario diventa un nemico, l’arbitro un bersaglio, la sconfitta un’ingiustizia da vendicare. Il giornalismo non è innocente: titoli gridati, cronaca spettacolarizzata, semplificazioni estreme costruiscono una visione del mondo in cui conta solo l’impatto emotivo, non la verità; la reazione immediata, non la riflessione.
Non esiste un’educazione neutra. Ogni parola pubblica educa o diseduca. Ogni tono costruisce comportamenti. Ogni modello indica una direzione. Pensare che la scuola e la famiglia possano compensare da sole una società che urla, semplifica e aggredisce è ingenuo. Se davvero vogliamo giovani più responsabili, dobbiamo diventare adulti più responsabili nello spazio pubblico. Politici, giornalisti, dirigenti sportivi, imprenditori, influencer… tutti soggetti educanti. La domanda allora non è più “cosa non fanno scuola e famiglia?”, ma “che esempio stiamo dando come società?”.

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