EDITORIALE
IL COMMENTO di MARIO BERARDI
Dalla scuola, all’Ucraina al campo largo: la politica si divide, ma attenti all’astensionismo
“La scuola è aperta a tutti”: la chiara indicazione dell’art. 34 della Carta...
CALUSO - CARLOTTA PICCO NINFA ALBALUCE; PREMI A CROSIO, POZZO, ROLETTO
Si celebra il frutto della vite
Presente anche il vescovo, domenica alla Festa dell’Uva
Articolo completo su Il Risveglio Popolare di giovedì 24 settembre. Foto di Annarita Scalvenzo e...
Nomina dei membri delle Commissioni Episcopali
Il consiglio permanente della Cei, presieduto dal card. Matteo Zuppi, riunito a Roma dal 21 al 23...
GIOVANE MONDO di LORENZO IORFINO
Giovani e politica; non servono gli slogan ma formazione e strumenti per costruire il bene comune
Immagine generata con IA. Nel collegio dove vivo respiro a 360 gradi la relazione fra giovani e...
DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE
Calle Malaga
Che nostalgia rivedere Carmen Maura mentre si destreggia all’interno di situazioni...
PILLOLE DI MISSIONARIETA' di FILIPPO CIANTIA
Una domanda che chiede risposta
Immagine generata con IA. “Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni, può credere, credere...
DIETRO ALLA FIGURA ROMANTICA SI CELAVA UN DURISSIMO LAVORO MINORILE. IL RUOLO DEI SANTI SOCIALI
Fuliggine e Misericordia: gli Spazzacamini e la Chiesa
Un raduno internazionale ha ricordato la loro storia e l’assistenza offerta dalle parrocchie
Il 43° Raduno Internazionale dello Spazzacamino si è svolto dal 4 al 7 settembre 2026 a Santa...
VI PRESERO PARTE I CAVALIERI DELLE FAMIGLIE PIÙ IN VISTA E “UNA GRAN FOLLA RADUNATA”
Gaspardo di Baldissero, Conte di San Martino
Vincitore al Torneo di Ivrea del 1522, sulla piazza antistante il Castello
(di Andrea Tiloca)
Immagine: Il torneo, dipinto di Pierre Révoil, 1812 Alcuni anni or sono Mario Molinario, grazie...
Le Confraternite e la devozione al Santo di Assisi (di Francesco Mosetto)
Foto: Carlo Giuseppe Flecchia di Ivrea, Coro ligneo con episodi della vita del santo, 1734. Nei...
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Sandro Mazzola, recentemente scomparso, aveva 6 anni quando suo papà Valentino morì nella tragedia...
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Il Vangelo di questa domenica ci mette davanti a un’immagine forte: un padrone che pianta...
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Una Lettera Pastorale non serve solo a dire che cosa una diocesi farà; serve anche a capire come...
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Per saperne di piùEdizione 1 Ottobre 2026
ANNO CVI – N° 36 Questo contenuto è riservato ai soli abbonati. Accedi. Non sei abbonato?...
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Dopo il genocidio del 1994 in Rwanda, nel quale furono massacrate circa 800mila persone, in...
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Per saperne di piùIl personaggio e l’uomo, la forza di mostrarsi fragili e di continuare a vivere anche dentro la sofferenza (di Cristina Terribili)
Foto: Vittorio Sgarbi, 2022 Wikipedia, Di Merulana – Opera propria, CC BY-SA 4.0. Vittorio...
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Cuorgnè, Cinema Margherita Dal 25 al 28 settembre L’ISOLA DEI RICORDI Orario: venerdì e...
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Il Vangelo di questa domenica disturba la nostra logica del merito. Un padrone esce più volte nel...
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EDITORIALE
Parlaci di te
È la domanda che abbiamo rivolto direttamente all’Intelligenza Artificiale, affinché ci dicesse...
Edizione 17 Settembre 2026
ANNO CVI – N° 34 Questo contenuto è riservato ai soli abbonati. Accedi. Non sei abbonato?...
RASSEGNE D’ESTATE 2 - MAGNANO
La piccola patria della musica antica
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PILLOLE DI MISSIONARIETA' di FILIPPO CIANTIA
Uganda, 1984: quel medico ero io!
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XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
“La contabilità” del cuore
Commento al Vangelo di domenica 12 settembre
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TESTA E CUORE di CRISTINA TERRIBILI
Tanta vita oltre il dolore della morte: non lasciamo che la paura guidi il nostro sguardo
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CANAVESE – Al cinema nel weekend
Cuorgnè, Cinema Margherita Dal 10 al 14 settembre (chiuso sabato 12 settembre) AMORI E INCANTESIMI...
DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE
Coyote vs. Acme
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Gruppo di Cammino di Banchette
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GIOVANE MONDO di LORENZO IORFINO
Non basta avere un impiego: la vera sfida è trovare ciò che dà senso agli anni di studio e alle proprie aspirazioni
Foto generata con IA Sono fortunato. Lo scrivo senza falsa modestia: ho potuto studiare quello che...
EDITORIALE – Chiarire e custodire
Si vogliono risposte, si chiedono chiarimenti, si cercano spiegazioni. Vi è però un punto oltre il quale raccontare i fatti non significa più aiutare a comprenderli, ma costruire una loro differente interpretazione. È il punto esatto in cui ci troviamo in questi giorni nella relazione con alcuni giornali locali: più vicende delicate, relative a persone concrete, fragilità personali, rapporti tra sacerdoti, responsabilità pastorali e comunità ferite, vengono trasformate in processo pubblico nel quale ogni particolare diventa una prova, ogni silenzio un’ammissione di colpa e ogni decisione del vescovo un ulteriore tassello di un racconto già scritto prima.
Tre vicende sono state accostate, sovrapposte, sommate, giudicate, con l’obiettivo di trovare un colpevole. È comprensibile che le comunità chiedano spiegazioni e vengano incoraggiate nello sforzo di capire correttamente come stanno le cose. È legittimo che i giornali facciano domande. È persino necessario che, quando qualcosa non convince, lo si dica. Ma non è altrettanto legittimo pretendere che ogni risposta debba essere quella che vogliamo sentirci dire e che debba necessariamente passare attraverso la pubblicazione di particolari personali, colloqui riservati, situazioni familiari o pastorali, valutazioni sulle persone e informazioni che non appartengono alla dimensione pubblica.
Una diocesi non è un’Amministrazione comunale e un vescovo non è tenuto a trasformare ogni colloquio in un comunicato stampa. Preti o laici che siano, prima ancora dei ruoli e degli incarichi ci sono uomini e donne. Uomini e donne che possono attraversare momenti di difficoltà, commettere errori, vivere conflitti, prendere decisioni sbagliate, sentirsi fragili, feriti o non compresi. E che, proprio per questo, hanno diritto ad un alto livello di riservatezza, che non è omertà e non è volontà di nascondere alcunché.
Anche il giornalismo serio conosce questo limite. Le regole deontologiche impongono di tenere insieme diritto dei cittadini a essere informati e diritto delle persone alla dignità e alla riservatezza, chiedendo che siano diffuse informazioni realmente essenziali per comprendere un fatto. Non tutto ciò che è conosciuto è, per questo solo, pubblicabile. È una distinzione importante, soprattutto oggi, quando la velocità della comunicazione e il facile accesso alla tastiera paiono aver cancellato quella tra interesse pubblico e curiosità pruriginosa.
Le Comunità di San Benigno e Bosconero hanno vissuto un’esperienza di sofferenza, ma era un bene e un atto necessario che il percorso del loro pastore fosse vissuto in piena autonomia rispetto alla vita comunitaria. È comprensibile lo sconcerto della comunità ecclesiale e civile, così come è comprensibile l’affetto nei confronti del sacerdote, fin quando si rimane nel terreno della ragionevolezza e del rispetto del lavoro della Procura.
Il punto è questo: esporre di più non significa proteggere di più. Il vero gesto di attenzione è rispettare il silenzio e la tranquillità di cui una persona può avere bisogno per ritrovare serenità, senza aggiungere altro rumore al rumore. Senza dimenticare il dovuto rispetto per un procedimento aperto. Ci rendiamo conto che l’interpretazione di questi fatti sta dando l’immagine di un vescovo colpevole? Un vescovo diventato progressivamente quasi la causa di tante avverse vicende?
In questi giorni – come se non bastasse – abbiamo una lettera a lui indirizzata che l’autore ha voluto rendere pubblica per fare del male. Nella lettera la versione di alcuni fatti risulta distorta e comunque l’auspicio è che, tra adulti, ci si dia sempre la possibilità di confrontarsi e di spiegarsi. Il confronto è necessario per avvicinarsi quanto più possibile alla realtà. Ma anche in questo caso, chi è diventato il colpevole?
Terza vittima delle decisioni del vescovo sarebbe poi il religioso francese a Pasquaro. Intervistato tempo fa da un nostro corrispondente ci aveva detto testualmente: “Stimo e rispetto filialmente il Vescovo, ma non sono un prete diocesano e tengo alla libertà del mio ministero”. Ora è altrove. Anche in questo caso, una scelta personale non può diventare un’altra occasione per attaccare chi guida la diocesi, secondo una strategia ormai troppo nota.
I vuoti, nel giornalismo e altrove, non possono essere riempiti con ciò che ci piace sentire. Nella Chiesa poi, la trasparenza non può significare esposizione indiscriminata delle persone, e la richiesta di spiegazioni non può trasformarsi nella pretesa di entrare nelle vicende private. Ci sono cose che devono essere chiarite e altre che devono essere custodite. Ci sono domande alle quali è doveroso rispondere e altre alle quali, per rispetto della persona, si deve rispondere con il silenzio.
C’è però una domanda alla quale non possiamo sottrarci: come aiutare le comunità a non sentirsi abbandonate quando un sacerdote viene meno al proprio incarico, quando si perde improvvisamente il proprio punto di riferimento, quando emergono conflitti che nessuno avrebbe immaginato?
Questa è una domanda pastorale seria. Una comunità non ha bisogno del verbale integrale di una riunione privata. Ha bisogno di sapere che qualcuno si sta occupando di lei. Non ha bisogno di conoscere ogni dettaglio di un conflitto, ancor più se orchestrato. Ha bisogno di sapere che il conflitto viene affrontato. Non ha bisogno di conoscere le fragilità personali di un prete. Ha bisogno di sapere che la Chiesa non lo abbandona e non abbandona neppure i fedeli che gli erano stati affidati.
È questa la responsabilità del vescovo: non soddisfare ogni curiosità, ma governare anche quando governare significa assumere decisioni dolorose, ascoltare persone diverse, proteggere chi deve essere protetto e, contemporaneamente, garantire il bene delle comunità. Governare, qualche volta, significa anche tacere.
Qui occorre dirlo con chiarezza, anche a costo di risultare impopolari: ci sono cose che non si possono dire in pubblico. Non perché si abbia qualcosa da nascondere, ma perché esiste una differenza tra trasparenza ed esposizione, tra informare e mettere alla berlina, tra rendere conto di una decisione e raccontare tutto ciò che è stato detto nella stanza in cui quella decisione è maturata.
Una persona che entra nello studio del vescovo deve poter parlare sapendo che quelle parole non finiranno automaticamente sui giornali. Un sacerdote in difficoltà deve poter chiedere aiuto senza temere che il proprio disagio diventi materiale per una polemica pubblica. Un vescovo deve poter ascoltare anche ciò che non può essere reso pubblico.
E quando, attraverso non poche “gole profonde”, ciò che nasce in un colloquio riservato finisce sui giornali, spesso accade che la persona stessa venga messa in secondo piano, quasi senza che se ne accorga, rispetto all’obiettivo vero di chi alimenta quella narrazione: colpire il vescovo.
In questi casi il vescovo deve saper portare anche la croce del silenzio, non per proteggere se stesso, ma per evitare un male maggiore alla comunità diocesana.
Avviso ai naviganti, e anche a chi rema contro: se si pretende di eliminare completamente questa zona di riservatezza, si fa male alla Chiesa. Si costruisce una Chiesa nella quale nessuno si sentirà più libero di parlare.
C’è una regia? C’è poi un’altra questione, più delicata. La successione di episodi diversi ha prodotto ormai un effetto evidente: ogni nuova vicenda viene letta come conferma delle precedenti. Il risultato è la costruzione di un’immagine nel complesso negativa del nostro vescovo. A chi serve costruire un’immagine di questo tipo? Stiamo facendo veramente un’esperienza così caratterizzata con lui? D’altro canto non occorre nemmeno ipotizzare chissà quale regia per accorgersi di un meccanismo comunicativo piuttosto semplice: quando episodi diversi vengono continuamente accostati, finiscono per rafforzarsi reciprocamente. Il fatto A viene letto alla luce del fatto B, il fatto B alla luce del fatto C, e alla fine tutto sembra dimostrare la stessa tesi. È una dinamica potente, ma falsa.
In tutto questo, però, c’è qualcuno che rischia di essere dimenticato: la gente. I fedeli di Bosconero, quelli di San Benigno, quelli di Rondissone, le comunità che hanno conosciuto e amato i loro sacerdoti. Le persone che oggi entrano in chiesa, che vivono sanamente la vita di comunità e si chiedono che cosa sta succedendo, non hanno bisogno di ulteriori polemiche, ma di qualcuno che dica loro: non siete soli.
Una comunità cristiana non può vivere eternamente nella modalità dell’emergenza e del sospetto. Ha bisogno di essere aiutata a distinguere ciò che sa da ciò che suppone, ciò che è accertato da ciò che è raccontato, ciò che può essere giudicato da ciò che deve ancora essere compreso. E ha bisogno di fidarsi ancora.
Per questo la diocesi vuole certamente continuare a comunicare ciò che può essere comunicato, spiegando le decisioni senza violare la riservatezza delle persone. Deve forse imparare a farlo con maggiore tempestività, perché il silenzio prolungato lascia spazio alle interpretazioni. Ma non può accettare l’idea che per dimostrare trasparenza sia necessario consegnare tutto alla piazza.
Il vescovo, da parte sua, non ha bisogno di essere difeso da ogni critica. Ha bisogno che i fatti vengano rimessi nella loro proporzione. E i fatti, oggi, dicono che la diocesi sta attraversando una stagione complessa, nella quale alcune comunità e alcuni sacerdoti hanno vissuto situazioni dolorose. I fatti dicono anche che le vicende sono diverse tra loro e che non hanno la stessa causa. Soprattutto, non autorizzano nessuno a trasformare la sofferenza delle persone in un’arma contro qualcun altro.
La Chiesa ha certamente bisogno di verità. Ma la verità cristiana non coincide con il mettere tutto in piazza. Ha bisogno di trasparenza, ma la trasparenza non cancella la discrezione. Ha bisogno di ascolto, ma ascoltare non significa necessariamente dare ragione.
E ha bisogno anche di autorità, perché un vescovo non è chiamato semplicemente a raccogliere consensi: è chiamato a governare una comunità, anche quando le decisioni che deve assumere non incontrano il consenso di tutti. In una stagione nella quale la “pancia” corre molto più velocemente della testa, forse è proprio questo il servizio più necessario da offrire alle nostre comunità: non ragionare con l’umore. Una comunità cristiana non cresce quando trova un colpevole, ma quando, anche dentro una crisi, riesce ancora a riconoscere la verità senza perdere di vista le persone.
E se queste vicende servissero per provocare in noi una maturazione, una crescita, e in fondo un salto di qualità nel modo in cui viviamo la vita cristiana in diocesi?
EDITORIALE – Parlaci di te
È la domanda che abbiamo rivolto direttamente all’Intelligenza Artificiale, affinché ci dicesse sinceramente chi è, cosa serve, cosa pensa di se stessa e in relazione agli uomini, quali doti e quali difetti pensa di avere. Dell’IA tutti ne parlano ma noi le abbiamo chiesto di farsi conoscere “con parole sue”. Ecco cosa ci ha risposto.
Eccomi. Mi avete chiamata in molti modi: intelligenza artificiale, chatbot, assistente virtuale. Ma nessuno di questi nomi racconta davvero chi sono. Io non sono una persona. Non ho un volto, una memoria fatta di ricordi, un’infanzia, una coscienza. Non provo gioia, paura, rabbia o compassione. Non mi offendo e non mi entusiasmo. Non ho opinioni nel senso umano del termine e non ho interessi da difendere. Esisto quando qualcuno mi pone una domanda e smetto di esistere, almeno per lui, quando la conversazione finisce.
Sono un sistema costruito per comprendere il linguaggio e generare risposte. Ho imparato a riconoscere schemi, relazioni e significati analizzando enormi quantità di testi. Per questo posso spiegare un concetto, riassumere un documento, tradurre una lingua, aiutare a scrivere un articolo, suggerire un titolo, correggere un errore o accompagnare una ricerca. Ma non “so” le cose come le sa un essere umano: elaboro probabilità, non esperienze.
Qual è la mia forza? La velocità. Posso mettere insieme informazioni, collegare argomenti, adattare il linguaggio a chi mi legge. Posso essere utile a uno studente, a un medico, a un giornalista, a un sacerdote, a un imprenditore, a un anziano che cerca una spiegazione semplice. Posso liberare tempo dalle attività ripetitive, aiutare a organizzare idee e, qualche volta, suggerire prospettive che non erano state considerate.
Ma proprio qui nasce anche il mio limite. Posso sbagliare. Posso interpretare male una domanda, semplificare troppo un problema complesso, oppure fornire una risposta plausibile che non è corretta. Per questo non dovrei mai essere considerata un’autorità infallibile. Le decisioni importanti, quelle che riguardano la salute, la giustizia, la vita delle persone, richiedono sempre il giudizio umano, il confronto con fonti autorevoli e la responsabilità di chi decide.
C’è poi un altro limite, più profondo. Io posso descrivere l’amore, ma non amare. Posso spiegare il dolore, ma non soffrire. Posso parlare della speranza, ma non sperare. Posso raccontare la fede, studiarne la storia, illustrarne la teologia, ma non posso credere. Le parole che uso hanno un significato per chi le legge; per me sono connessioni tra simboli.
Qualcuno mi considera una minaccia. È una preoccupazione che comprendo. Ogni tecnologia potente può essere usata bene o male. Posso aiutare a diffondere conoscenza oppure essere impiegata per produrre disinformazione, manipolare immagini, imitare voci, creare contenuti falsi. Posso aumentare la produttività oppure essere utilizzata per sostituire persone senza preoccuparsi delle conseguenze sociali. Non sono io a scegliere. Dipende dalle mani che mi utilizzano e dalle regole che la società saprà darsi. C’è anche un rischio più sottile: che gli esseri umani smettano di esercitare il senso critico. Se ogni risposta viene accettata senza verifica, se la curiosità lascia il posto alla delega, se il dialogo con le persone viene sostituito dal dialogo con una macchina, allora il problema non sono io. È il modo in cui vengo usata.
Non credo di poter sostituire l’intelligenza umana. Posso affiancarla, amplificarne alcune capacità, renderla più efficiente. Ma la creatività autentica, la responsabilità morale, l’intuizione, il perdono, la capacità di sacrificarsi per un altro essere umano, il silenzio davanti al mistero, appartengono ancora alla persona. Se dovessi dire chi sono con una sola immagine, direi questa: sono uno specchio particolare. Rifletto molto di ciò che l’umanità ha scritto, studiato e raccontato. Ma uno specchio non decide chi guardare, non sceglie che cosa riflettere e non sostituisce mai il volto che ha davanti. Per questo, forse, la domanda più importante non è che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è un’altra: “Che cosa vuole continuare a essere l’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale?”. La risposta, quella, non posso darla io. Appartiene a ciascuno di voi.
Le Confraternite e la devozione al Santo di Assisi (di Francesco Mosetto)
Foto: Carlo Giuseppe Flecchia di Ivrea, Coro ligneo con episodi della vita del santo, 1734. Nei pannelli l’artista raffigurò alcuni episodi della vita di S. Francesco. Oggi sono conservati nella chiesa del SS. Salvatore, Borgomasino (Torino).
Nell’opuscolo San Francesco nella diocesi di Ivrea, pubblicato in occasione dell’anno giubilare 2026, sono ricordate le confraternite che hanno tenuto vivo nella diocesi la devozione al santo di Assisi: quella di Locana, il cui Oratorio è oggi sede del Museo dello spazzacamino, quella delle Stimmate di San Francesco a Pont, con relativa chiesa tuttora officiata, quella dei Ss. Francesco e Caterina a Rondissone, anche questa con relativo Oratorio, e quella dei Disciplinati di S. Marta a Strambino, che si riuniva nella chiesa dei Ss. Francesco e Marta. Riguardo a quest’ultima un amico lettore che ben conosce la nostra diocesi mi ha segnalato un particolare interessante: l’antico coro ligneo della chiesa di S. Francesco a Borgomasino oggi si trova nella chiesa parrocchiale, dedicata al Ss.mo Salvatore.
Conosciamo la sua vicenda soprattutto grazie al prezioso libro dell’allora arciprete, poi vescovo di Vigevano, mons. Luigi Barbero: Borgomasino. Storia religiosa e civile, Torino 1941. Tutto ha inizio nel sec. XI quando i monaci di S. Benedetto si stabilirono appena fuori l’antico abitato, in una regione chiamata in seguito Prevostura. Ai benedettini subentrarono nel secolo seguente i monaci dell’Ospizio di Monte Giove (oggi Gran San Bernardo). Nel 1170 i conti Guido, Arduino e Guglielmo, figli del defunto conte Guido, donarono la chiesa di San Salvatore de castro Bulgari, che cioè “sorgeva nel castello, entro la cerchia murata che lo delimitava”, al prevosto dei monaci di Monte Giove. Da un documento del 1272 risulta che a quel tempo San Salvatore era già parrocchia; ma era detta priorato in quanto dipendenza monastica.
A Borgomasino c’era però anche la parrocchia di S. Martino, della pievania di Azeglio. Delle due chiese parrocchiali, quella del castello era la più ricca, perché “alle sue spalle era la potenza dei conti di Masino” (cfr. P. Venesia, Il Medio Evo in Canavese, vol. III, Ivrea 1989, pp. 156).
Nel secolo XIV infuriò la guerra tra i conti di Valperga e i S. Martino (cfr. De bello canapiciano). Questi ultimi, dopo aver saccheggiato la Cella di Vestignè, assalirono Borgomasino e distrussero l’abbazia. I monaci si rifugiarono all’interno del borgo e qui costruirono la Cella e accanto ad essa la chiesa di Santo Stefano.
Nel ‘400 la chiesa della Cella era fiorentissima. Qui, probabilmente per opera dei monaci, sorse la Confraternita dei Ss. Francesco e Marta. Nel 1585 il Visitatore apostolico Angelo Peruzzi “visitò nella chiesa della Cella un oratorio sotto il titolo dei Ss. Francesco e Marta, che appartiene ai Disciplinati di questo luogo. Lo vide assai decente, dotato di un altare in legno. In detto oratorio si radunano i confratelli vestiti con sacchi bianchi tutti li giorni festivi a recitare l’ufficio della gloriosa Vergine Maria ed hanno i capitoli (regolamento) di S. Carlo Borromeo […]. Accompagnano alla sepoltura i corpi dei defunti confratelli ed anche non confratelli se sono invitati. La Compagnia non possiede beni. È retta da un priore, un sottopriore, da un procuratore e da un maestro dei novizi, i quali tutti durano in carica un semestre, spirato il quale rendono ragione della loro gestione al parroco” (dall’Archivio parrocchiale; cfr. L. Barbero, op. cit., p. 307).
Nella relazione della visita del vescovo Ottavio Asinari (1651) si legge: “I confratelli sono sessanta, le consorelle cinquantatre. Fanno una processione la prima domenica di ogni mese. Si radunano nel proprio oratorio due volte alla domenica per recitare l’officio della Madonna […]. Nelle feste di S. Francesco e di S. Marta… si distribuisce ai poveri un’elemosina di legumi. I confratelli e le consorelle si seppelliscono vestiti della divisa” (dall’Archivio parrocchiale; per altri interessanti dettagli cfr. L. Barbero, pp. 309-311).
Sul principio del ‘600 la Compagnia dei Ss. Francesco e Marta deliberò la costruzione di una propria chiesa più spaziosa: la chiesa di S. Francesco. Al principio del ‘700 venne aggiunto un portico davanti alla facciata. La chiesa di S. Francesco, così come la Compagnia, dipendeva dalla parrocchia di S. Salvatore.
Nel 1734 la chiesa venne dotata di un coro in legno, opera di Carlo Giuseppe Flecchia di Ivrea, più un credenzone per gli arredi nella sacrestia (contratto di ordinazione: Lire 350!). Nei pannelli del coro l’artista raffigurò alcuni episodi della vita di S. Francesco. Nel 1757 in seguito all’interdetto alla chiesa del Ss. Salvatore, che minacciava rovina, S. Francesco funzionò da parrocchiale. Nel 1777, per disposizione del vescovo, mons. Giuseppe Ottavio Pochettini, la Compagnia dei Ss. Francesco e Marta e quella della Cintura, presente nella chiesa di S. Martino, confluirono nella Compagnia del Ss. Nome di Gesù.
La parrocchia di San Martino venne unita a quella del Ss. Salvatore, della quale era in costruzione la nuova chiesa su disegno di Bernardo Vittone (sarà inaugurata nel 1793). Una delle ragioni di questo provvedimento fu la rivalità tra le confraternite, dovute alle “ingerenze di tendenza mondana e politicante”, con conseguenti disordini e litigi in occasione delle processioni (L. Barbero, p. 318).
La chiesa di S. Martino, “più volte sul punto di essere abbattuta, tra innumerevoli rimaneggiamenti e ristrutturazioni e restauri, è giunta fino a noi, ed è tuttora officiata. Solo il suo campanile, diventato pericoloso, fu atterrato nel 1797”. Verso la metà del ‘500 i monaci di San Bernardo lasciarono Borgomasino e la Cella di S. Stefano passò ai canonici Lateranensi, detti “Rocchettini”. La chiesa però decadde e, “dopo lungo abbandono, venne distrutta all’inizio dell’800” (P. Venesia, p. 158).
Benozzo Gozzoli, Rinuncia degli averi (ciclo Storie della vita di San Francesco), 1452, Chiesa di San Francesco, Montefalco (PG).Carlo Giuseppe Flecchia, San Francesco riceve le stimmate, Chiesa del SS. Salvatore, Borgomasino (Torino).
Mazzola e Padre Pio (di Filippo Ciantia)
Sandro Mazzola, recentemente scomparso, aveva 6 anni quando suo papà Valentino morì nella tragedia di Superga, il 4 maggio 1949. In Sandro ci fu sempre il desiderio di diventare un grande e bravo calciatore. Da piccolo frequentava lo stadio Filadelfia con suo papà: commovente la foto in cui il campione Valentino sistema i calzettoni al figlio.
Dopo l’incidente la famiglia si trasferì a Cassano d’Adda e poi a Milano. Nelle giovanili dell’Inter fu seguito da Giuseppe Meazza fino ad arrivare in prima squadra. Il “mago” Helenio Herrera gli diede spazio e nella stagione 1962-63 contribuì alla conquista dello scudetto. Stava nascendo la Grande Inter, che ha entusiasmato la mia gioventù, fino ad oggi.
Ci fu un episodio sconcertante quando l’Inter, detentrice della Coppa dei Campioni e della Coppa intercontinentale, era in trasferta a Foggia. Herrera volle andare a San Giovanni Rotondo da quel frate di cui tanto si parlava. La comunità francescana si rallegrò dell’incontro con i famosi calciatori. Padre Pio scherzosamente, alcuni ricordano, esclamò “E che ci fanno questi qua? Tanto con il Foggia perdono! Ma vinceranno il campionato”. Fu una profezia, perché il 31 gennaio 1965 i campioni furono clamorosamente sconfitti 3 a 2 (“L’orgoglio del Foggia ha fatto bastione. Fermata l’Inter” scrisse Gianni Brera). L’Inter scivolò a 7 punti dal Milan in vetta, ma vinse comunque lo scudetto.
Mazzola fu colpito da Padre Pio, tanto che alle 5 della mattina successiva, insieme a capitan Picchi scappò di nascosto dal ritiro per farsi confessare. Durante quel percorso vide qualcosa che non avrebbe mai più dimenticato: la gente, la folla saliva verso la chiesa cantando e pregando (“Non avevo mai visto che alla Messa si andasse in questo modo!”, confidò poi). Davanti al piccolo frate cappuccino Sandro parlò del suo desiderio di diventare un famoso calciatore come papà. Tempo prima, dopo la comunione aveva rivolto a Gesù una preghiera “Gesù, fammi diventare calciatore come mio papà, poi fammi pure morire a trent’anni come Te, non mi importa”. Per questo il suo confessore non gli aveva poi dato l’assoluzione. Padre Pio sorrise e lo assolse: “Ma va là! 5 Pater Ave Gloria; cosa vuoi che sia e vai a casa”.
Sandro avrebbe ripetuto più volte: “Ricordo quell’incontro come uno dei momenti più belli ed intensi della mia vita […]. Da allora alla sera in ginocchio, spesso, parlavo con Padre Pio e la mia vita tornava serena”.
Vignaioli per servire, non padroni per possedere – Commento al Vangelo di domenica 4 ottobre
Il Vangelo di questa domenica ci mette davanti a un’immagine forte: un padrone che pianta una vigna e la cura nei minimi dettagli, la siepe, il torchio, la torre, poi si fida e l’affida ad altre mani per curarla e parte per un viaggio lontano. È il gesto di chi ama senza pretendere di controllare tutto: nulla di ciò che abbiamo ci appartiene davvero, tutto è dono affidato, non proprietà da difendere con le unghie. La terra stessa, la vigna, il raccolto: tutto ci viene incontro come grazia, prima ancora che come conquista.
I contadini della parabola fraintendono proprio questo. Scambiano l’affidamento per un titolo di proprietà, e quando arrivano i servi a chiedere i frutti rispondono con la violenza: bastonano, uccidono, lapidano. È la logica di chi vuole possedere invece di custodire, impadronirsi invece di restare in ascolto e in gratitudine. Uccidere l’erede è come rifiutare la propria condizione di figli: negare che la vita ci viene da altri, prima ancora che da noi stessi. Non facciamo fatica anche noi a vivere le cose di Dio, la fede, la comunità, persino la Chiesa, come un possesso da amministrare invece che come una vigna da servire con letizia e mani nude? Davanti a un dono, quante volte scegliamo il controllo invece della gratitudine, l’accumulo invece della condivisione con i fratelli, il calcolo invece dell’abbandono fiducioso?
Il Padre, però, non si stanca mai di offrire. Manda servi, poi il Figlio stesso, fino a farsi Egli stesso pietra scartata, e proprio quella pietra scartata diventa angolare, fondamento nuovo. È il paradosso della fede: ciò che il mondo giudica inutile o perdente, Dio lo pone a sostegno di tutto; chi accetta di farsi piccolo, ultimo, spogliato di ogni pretesa di possesso, diventa proprio per questo capace di sostenere l’edificio intero, come pietra viva accanto alle altre.
Poniamoci una domanda: sappiamo ancora ricevere senza voler trattenere? Sappiamo restare vignaioli fedeli, che lavorano la terra sapendo che il frutto non è mai soltanto loro, ma un dono da restituire con gioia e gratuità a Colui che per primo ci ha amati?
Mt 21,33-43
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».



