Tenuta Roletto
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lunedì 13 Luglio 2026

Reale mutua
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DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

Toy Story 5

Ma i giocattoli veri ci sono ancora? Con queste domande sembra di essere un po’ trogloditi e...

PARTITI DA CALUSO PER FARE LA STORIA DEL JAZZ ITALIANO. PER OSCAR LA CITTADINANZA ONORARIA NEL 1978

Valdambrini, padre e figlio, pionieri della “musica moderna”

Dai locali sotto la Mole negli anni ‘20, le incisioni e le esibizioni della fine anni ‘70

(di Doriano Felletti)

Foto: Oscar Valdambrini con Gianni Basso. Torino giocò un ruolo fondamentale nello sviluppo del...

MA ANCHE IL TRISTE RACCONTO DI UGOLINA CHE PERSE IL FUTURO MARITO IN UN NAUFRAGIO IN MARE

Vendette mancate e tradimenti sfumati

Storie vere ed inverosimili delle rivalità tra Vico e Brosso in Valchiusella

(di Andrea Tiloca)

L’attento lettore ricorderà la storia del giovane Remo, il quale essendo stato allontanato da un...

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DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

Disclosure day

Era il 1977 quando nelle sale uscì “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, e Steven Spielberg ci...

Festa di San Savino – Processione con le reliquie del Santo verso la Cattedrale di Ivrea

Questa mattina la Chiesa di San Grato a Ivrea ha ospitato la celebrazione dell’Ora Terza, presieduta da Mons. Daniele Salera, Vescovo di Ivrea. Al termine del rito liturgico si è formato il corteo processionale che, portando le reliquie di San Savino, si è incamminato verso la Cattedrale di Ivrea, meta conclusiva della processione.

La cerimonia ha richiamato fedeli e devoti, in un momento di raccoglimento che ha unito preghiera comunitaria e tradizione religiosa cittadina, nel segno della devozione al Santo patrono.

Mille avversità la resero più forte (di Severino Morgando)

Come ricordato in conclusione della prima parte di questa breve “storia” della Casa Alpina, esaurita la spinta iniziale che aveva portato alla “Gino Pistoni” migliaia di giovani, il numero di gruppi che soggiornavano a Gressoney si diradò. Nel 1971, per esempio, fu organizzato un unico turno dal 30 giugno al 19 luglio per tutti i ragazzi dalla terza elementare fino a 13 anni. Non è ovviamente questa la sede per approfondire le cause di tale situazione anche se appare evidente che contribuirono la diminuita rilevanza dell’Azione Cattolica in Diocesi, la crescente difficoltà di gestione della struttura e, certamente, anche un calo di interesse da parte delle parrocchie per questo tipo di esperienza. Lo ricorda don Arnaldo Bigio, che fu direttore della Casa Alpina dal 1978 al 1986, in un’intervista pubblicata sul numero de Il Risveglio popolare del 31 agosto 2001, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’inaugurazione. “…nel ’78 la Casa stava per essere messa in vendita e, per evitare di perderla, il Vescovo (mons. Bettazzi ndr) mi affidò il compito di risollevarne le sorti. Io, quasi per scommessa, accettai e, con convinzione e determinazione, me la presi sulle spalle fino al 1986…”.
Lo stesso don Arnaldo ci ricorda il primo impatto che ebbe con la Casa quando salì per la prima volta a Gressoney con le chiavi avute dal Vescovo. “Era il giovedì grasso del 1978, il 2 febbraio, la neve era alta, tanto da coprire per oltre la metà i pali delle porte del campo da calcio. Per poter raggiungere il portone mi dovetti far prestare una pala dal vicino. Raggiunta la porta, una volta aperta ed entrato, però, fui avvolto da un senso di calore… quasi un segno di benvenuto”. Don Arnaldo si mette subito all’opera. Il Risveglio popolare del 25 maggio 1978 lancia la campagna di adesione ai soggiorni estivi a Gressoney per l’estate ormai alle porte; lo slogan è “Vacanzincontri”, una proposta rivolta a tutti i ragazzi della Diocesi con un programma orientato su quattro punti cardinali: Incontro con te stesso, Incontro con la natura, Incontro con gli altri, Incontro con Dio.
L’attenzione venne focalizzata sui ragazzi della scuola media; vennero proposti turni estivi ed invernali brevi, al fine di contenere i costi per le famiglie e favorire l’avvicendamento delle presenze. Particolare cura venne posta anche nella preparazione degli animatori, che si iniziò ad attuare durante l’intero anno sperimentando forme di catechesi innovative. La gestione, in particolare quella della mensa, presentava, come già detto, le maggiori criticità. Poi, finalmente, questo aspetto trovò una soluzione: comparve sulla scena, quasi per miracolo, il cuoco Giacomo Sardella, dalla provincia di Varese, con il fratello e famiglia che divennero ben presto una istituzione per la “Gino Pistoni” e contribuirono in maniera significativa al successo dei soggiorni per molti anni.
La Casa ebbe un nuovo decollo e, nel 1986, don Arnaldo ne lasciò la direzione per assumere, su incarico del Vescovo, la guida della Casa dell’Ospitalità, lasciandosi, però, alle spalle una struttura solida sia dal punto di vista organizzativo sia sotto l’aspetto economico. I problemi, però, erano ancora una volta dietro l’angolo. Nel febbraio del 1983, un incendio nel cinema Statuto di Torino provocò la morte di 64 persone. A partire da quella data tutta la normativa italiana sulla sicurezza nei luoghi pubblici venne rivista in senso molto restrittivo e, quindi, anche nella “Gino Pistoni” si dovettero programmare significativi interventi. Sotto l’attenta guida di Giancarlo Burzio cominciarono i lavori di adeguamento alle normative e, dopo una prima fase, dal 1987 al 1991, già piuttosto impegnativa dal punto di vista economico, il Nulla Osta provvisorio alla continuazione dell’attività venne rilasciato dal Comune di Gressoney in data 22 ottobre 1991, ma con una scadenza inderogabile: 31 ottobre 1994.
Entro quella data dovevano essere terminati tutti i lavori al fine di ottenere le certificazioni necessarie. E l’ammontare totale delle spese previste per questi interventi era tale da far tremare i polsi: oltre 500 milioni di lire, con l’isolamento della scala interna, la realizzazione della scala antincendio esterna e il rifacimento dell’impianto di riscaldamento a farla da padroni. Sembra veramente una missione impossibile, tanto che in alcuni ambienti comincia a circolare il pensiero che forse la soluzione migliore potrebbe essere la vendita della Casa.
Fortunatamente fioriscono iniziative di ogni genere finalizzate alla raccolta di fondi e, ancora una volta, il miracolo si ripete. Il Risveglio popolare del 25 maggio 1995 pubblica il fittissimo calendario di “Vacanzincontri” previsti per l’estate; l’anno successivo si apre anche ai “cuccioli”, tra 5 e 7 anni, grazie all’aiuto di alcune “mamme volontarie”. La Casa Alpina ha ripreso a volare e si prepara a festeggiare i 50 anni di attività. Esattamente il 9 settembre 2001, infatti, l’anniversario viene celebrato con la festa “Buon compleanno GP” alla presenza del vescovo monsignor Miglio e del vescovo emerito mons. Bettazzi.
Ed è proprio monsignor Miglio, che all’inizio della Messa, sintetizza il significato della giornata: “…oggi è una giornata di gratitudine, di ricordo, di memoria e di speranza…”. Gli stessi sentimenti, anche se espressi con parole diverse, che animeranno la festa dei 60 anni della Casa, il 28 agosto 2011. E intanto in tutti questi anni la Casa si riempie di bambini e ragazzi di tutte le età che con l’aiuto di animatori e volontari trascorrono un periodo di vacanza davvero speciale. Tutto sembra correre rapidamente verso il settantesimo compleanno, previsto nel 2021, ma ancora una volta nubi scure si addensano all’orizzonte.
Questa volta si tratta della pandemia da Covid che determina, ovviamente, la chiusura della struttura e impone altresì una profonda riflessione sul futuro. Nel 2020 Mons. Cerrato nomina direttore della Casa don Davide Rossetto, responsabile della Pastorale Giovanile della diocesi, anche con il compito di ipotizzare modalità diverse di gestione della “Gino Pistoni”. Ed è così che martedì 15 giugno 2021 ad Ivrea, in Vescovado, viene firmata la convenzione in base alla quale la gestione della Casa Alpina “Gino Pistoni” viene affidata alla Coo-perativa Coompany2, emanazione della Cooperativa Coompany& nata ad Alessandria nel 1983, su ispirazione del vescovo Fernando Charrier, come tentativo concreto di coniugare solidarietà e mercato. Seppure a capienza ridotta per le misure anticovid la Casa riaprì i battenti il 1° luglio di quello stesso anno.
Il nuovo inizio di un cammino che prosegue, e sicuramente proseguirà, nel solco di una tradizione consolidata atta a garantire vacanze veramente alternative a ragazzi, ragazze e famiglie della Diocesi, e non solo.
Un particolare ringraziamento a Don Arnaldo Bigio per l’intatto entusiasmo e la preziosa collaborazione.
Anno 2021, don Davide Rossetto consegna le chiavi della Casa Alpina al nuovo gestore (immagine elaborata con IA).Il campo ragazzi nel 2006

Mazzei: L’uomo prima del potere. Frassati: La libertà difesa ogni giorno. La lezione dei due italiani per i 250 anni degli Stati Uniti (di Filippo Ciantia)

Il 4 luglio 2026 gli Stati Uniti d’America hanno celebrato i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza. Da dove vengono quelle parole? Che cosa oc-corre perché una dichiarazione di libertà diventi una democrazia vera e viva?
Due italiani, lontanissimi nel tempo, possono aiutarci a rispondere: si tratta di Filippo Mazzei e Pier Giorgio Frassati. Il primo nacque in Toscana nel 1730, attraversò l’Europa e nel 1773 raggiunse la Virginia. Il secondo nacque a Torino nel 1901 e morì ad appena ventiquattro anni. Mazzei fu medico, agricoltore, diplomatico e pensatore politico. Frassati fu studente, alpinista, militante cattolico, uomo della carità e della politica. Due figure quanto mai lontane nel tempo, ma unite da una domanda: su che cosa si fonda una società di uomini liberi?
Mazzei in Virginia divenne vicino di casa e amico di Thomas Jefferson. Nel 1774 pubblicò uno scritto dove compare una frase sorprendente: “Tutti gli uomini sono per natura egualmente liberi e indipendenti”. Due anni dopo Jefferson avrebbe scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza: “Tutti gli uomini sono creati uguali”. Libertà e uguaglianza non sono concessioni del sovrano. Lo Stato non crea la dignità dell’uomo: deve riconoscerla. La Costituzione americana, approvata nel 1787, prevede istituzioni capaci di dividere, controllare e limitare il potere. Ma una dichiarazione di principio e una costituzione bastano a garantire una democrazia?
San Pier Giorgio Frassati, si festeggia il 4 luglio!
Egli visse mentre l’Italia attraversava una crisi profonda. Il fascismo occupava le piazze, usava la violenza contro gli avversari e conquistò lo Stato. Si iscrisse al Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo, partecipava alle manifestazioni, distribuiva volantini, difendendo la libertà politica. Guardava con preoccupazione quei cattolici disposti ad accettare compromessi con il fascismo. Frassati conobbe personalmente i poveri. Entrò nelle loro case, portò medicine, cibo e denaro. Per lui era necessario affrontare le condizioni sociali che generano povertà e ingiustizia. Voleva partecipare alla costruzione del bene comune.
Mazzei ci ricorda il principio: l’uomo viene prima del potere. La Dichiarazione proclama il fondamento: tutti gli uomini sono creati uguali. La Costituzione costruisce le istituzioni: il potere deve essere diviso, controllato e limitato. Frassati aggiunge l’elemento più fragile e più necessario: la responsabilità personale.
Frassati ricorda che “Vivere senza una fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la Verità, non è vivere, ma vivacchiare.”

Il seminatore non cambia campo: è il cuore che deve cambiare – Commento al Vangelo di domenica 12 luglio

Dio esce ancora oggi a seminare, e lo fa con la generosità di chi ama senza calcolare: getta il suo seme sulla strada, tra le pietre, in mezzo ai rovi e sulla terra buona, senza risparmiarsi, senza scegliere solo i campi migliori.
La Provvidenza non si stanca di offrirsi, anche quando sa che una parte del seme andrà perduta. Ma allora, se Dio semina con tanta abbondanza, perché la sua Parola può restare senza frutto? Il segreto non sta nella generosità del Seminatore, che è infinita, ma nella qualità del terreno che siamo noi. Che terra siamo noi oggi per il seme di Dio?
Se la Parola cade sulla strada del nostro cuore indurito da distrazioni e fretta, il maligno la porta via prima ancora che germogli: quante volte lasciamo che il rumore del mondo rubi ciò che di più prezioso ci è stato donato, senza nemmeno accorgercene? Se cade tra le pietre della nostra incostanza, fioriamo in un entusiasmo che dura un istante e poi appassisce alla prima prova: quanto è fragile la fede che non affonda le radici nell’umiltà e nella pazienza. Se cade tra i rovi delle preoccupazioni mondane, delle ricchezze, la Parola resta soffocata: cosa stiamo lasciando crescere, in questo momento, dentro il giardino della nostra anima?
Ma c’è anche la terra buona, quella di chi accoglie con gioia semplice e povera, come i piccoli di cui parla Gesù, quella di chi si fida anche senza comprendere tutto, perché l’obbedienza della fede supera ogni ragionamento. Chiediamoci allora: siamo facendo spazio, oggi, al seme che Dio getta nella nostra vita? Stiamo lasciando che la sua Parola diventi davvero bussola dei nostri passi, o la teniamo chiusa in un angolo, temendo che cambi troppo la nostra esistenza?
Il Signore non si stanca di seminare in noi. Sta a noi aprire il solco del cuore e lasciare che porti frutto: il trenta, il sessanta, il cento per uno.
Mt 13,1-23
(Forma breve)
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

La ludopatia distrugge anche chi non gioca: il dramma silenzioso dei famigliari (di Cristina Terribili)

Quando si parla di gioco d’azzardo patologico, l’attenzione si concentra quasi sempre sulla persona che gioca. Molto meno si parla, invece, dei famigliari che ogni giorno convivono con le conseguenze della dipendenza. Eppure la ludopatia non è mai un problema che riguarda soltanto il giocatore: coinvolge inevitabilmente coniugi, figli, genitori e tutte le persone che gli stanno accanto.
Dal 2017 l’Istat, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, monitora il fenomeno del gioco d’azzardo in Italia. I dati stimano in circa 1,5 milioni le persone che presentano comportamenti problematici legati al gioco, pari a circa il 3% della popolazione adulta. Numeri importanti, che tuttavia raccontano soltanto una parte del problema. Non esistono infatti stime altrettanto precise sul numero dei familiari coinvolti, ma è evidente che dietro ogni giocatore problematico ci sono relazioni, affetti e spesso interi nuclei familiari che subiscono le conseguenze della dipendenza.
La scoperta del problema arriva quasi sempre dopo una lunga serie di segnali ignorati o sottovalutati. I familiari si trovano a fare i conti con bugie, promesse mancate, tentativi di nascondere la reale entità delle perdite economiche. Col passare del tempo emergono debiti, conti svuotati, denaro sottratto alle spese quotidiane o destinato al pagamento di bollette, mutui e altre necessità della famiglia.
Ma il danno non è soltanto economico. A essere compromesso è l’intero equilibrio familiare. La fiducia si incrina, il dialogo diventa difficile, il sospetto prende il posto della serenità. La casa, che dovrebbe essere un luogo di protezione, può trasformarsi in uno spazio attraversato da tensioni continue. In questo contesto, anche i figli rischiano di pagare un prezzo molto alto, crescendo in un clima di instabilità e incertezza. Nei casi più gravi la dipendenza può essere accompagnata da episodi di aggressività. La frustrazione legata alle perdite o all’impossibilità di continuare a giocare può sfociare in comportamenti impulsivi e violenti. Allo stesso modo, familiari ormai esasperati dalla situazione possono reagire con rabbia e disperazione. Sono dinamiche che aumentano ulteriormente la sofferenza di tutti i soggetti coinvolti.
Le testimonianze raccolte dai servizi che si occupano di dipendenze restituiscono un quadro spesso drammatico. Ci sono famiglie che raccontano di non riuscire più a fare la spesa, persone che scoprono debiti accumulati all’insaputa di tutti, genitori e coniugi costretti a rinunciare a progetti, risparmi o beni costruiti in anni di lavoro. Accanto alle difficoltà economiche emerge quasi sempre un altro elemento: la vergogna. Molte persone faticano a chiedere aiuto perché temono il giudizio degli altri o vivono il problema come una colpa personale. Per questo è importante ricordare che il disturbo da gioco d’azzardo è una patologia riconosciuta e curabile. Chiedere aiuto non significa ammettere una sconfitta, ma compiere il primo passo verso la soluzione del problema.

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