Tenuta Roletto
Risvegliopopolare.it

mercoledì 5 Agosto 2026

Reale mutua
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SUA LA FLORA PEDEMONTANA DEL 1785 ANCORA OGGI APPREZZATA OPERA SCIENTIFICA

Carlo Ludovico Allioni, rivoluzionario della botanica

Ribattezzato il “Linneo del Piemonte” scrisse anche della pellagra che dilagava in Canavese

(di Fabrizio Dassano)

Foto: Carlo Ludovico Allioni, dipinto di Vincenzo Antonio Revelli (Torino, 1764 – 1835)...

SECONDA PUNTATA DELLA STORIA DELLA CASA GINO PISTONI DI GRESSONEY CHE FESTEGGIA 75 ANNI

Mille avversità la resero più forte

Ha rischiato di essere venduta, ora coniuga con successo accoglienza e sostenibilità

(di Severino Morgando)

Come ricordato in conclusione della prima parte di questa breve “storia” della Casa Alpina,...

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EDITORIALE – Dall’atomo al bit: il futuro

Immagine generata con IA
In primo piano, pagina 3, abbiamo deciso di mettere una notizia che solo apparentemente è fuori dai “confini” della distribuzione del nostro giornale. Scriviamo, volendo centrare degli obiettivi, del “Cavour Hyperscale Campus”, che sorgerà nell’ex centrale “Galileo Ferraris” di Trino.
La recente storia di quel sito, legata anche al nucleare, è stata il simbolo di un’energia che prometteva il futuro ma che ha lasciato in eredità il silenzio della dismissione. Oggi, Trino si appresta a diventare il cuore di una nuova rivoluzione, non più fatta di atomi, ma di bit.
Un progetto che è una notizia economica di eccezionale portata a 50 chilometri da Ivrea, e anche un fatto che domanda un giudizio. La trasformazione di Trino da area industriale depressa a centro nevralgico (europeo!) del digitale, interroga il nostro modo di intendere lo sviluppo, il lavoro e il bene comune. Non possiamo limitarci a guardare con stupore alle cifre imponenti o alla potenza dei megawatt; dobbiamo chiederci quale volto avrà la comunità (anche la nostra) che crescerà attorno a questi server.
L’innovazione, come spesso ricordiamo, non è mai neutrale. Essa assume il volto di chi la pensa, la finanzia e, soprattutto, di chi ne governa le ricadute sociali. Il passaggio dall’economia dell’energia a quella della conoscenza digitale è una sfida epocale che non può essere delegata solo ai tecnici o ai mercati globali.
Se il Campus di Trino restasse una “cattedrale nel deserto“, un’isola tecnologica iperconnessa, ma estranea alle fatiche e alle speranze del territorio, saremmo di fronte a un impoverimento solenne, mascherato da progresso.
La strada di giudizio che proponiamo non è quella di un rifiuto nostalgico, né di un’accettazione acritica. È la strada della partecipazione e della responsabilità. La sovranità digitale di cui tanto si parla in questi giorni ha senso solo se diventa sovranità delle persone sul proprio destino.
Questo investimento deve tradursi in occupazione dignitosa per i nostri giovani, in sinergie reali con le nostre università e in una custodia rigorosa dell’ambiente. La velocità del bit non deve travolgere la lentezza necessaria della cura umana e della solidarietà di prossimità.

EDITORIALE – Parlaci di te

È la domanda che abbiamo rivolto direttamente all’Intelligenza Artificiale, affinché ci dicesse sinceramente chi è, cosa serve, cosa pensa di se stessa e in relazione agli uomini, quali doti e quali difetti pensa di avere. Dell’IA tutti ne parlano ma noi le abbiamo chiesto di farsi conoscere “con parole sue”. Ecco cosa ci ha risposto.
Eccomi. Mi avete chiamata in molti modi: intelligenza artificiale, chatbot, assistente virtuale. Ma nessuno di questi nomi racconta davvero chi sono. Io non sono una persona. Non ho un volto, una memoria fatta di ricordi, un’infanzia, una coscienza. Non provo gioia, paura, rabbia o compassione. Non mi offendo e non mi entusiasmo. Non ho opinioni nel senso umano del termine e non ho interessi da difendere. Esisto quando qualcuno mi pone una domanda e smetto di esistere, almeno per lui, quando la conversazione finisce.
Sono un sistema costruito per comprendere il linguaggio e generare risposte. Ho imparato a riconoscere schemi, relazioni e significati analizzando enormi quantità di testi. Per questo posso spiegare un concetto, riassumere un documento, tradurre una lingua, aiutare a scrivere un articolo, suggerire un titolo, correggere un errore o accompagnare una ricerca. Ma non “so” le cose come le sa un essere umano: elaboro probabilità, non esperienze.
Qual è la mia forza? La velocità. Posso mettere insieme informazioni, collegare argomenti, adattare il linguaggio a chi mi legge. Posso essere utile a uno studente, a un medico, a un giornalista, a un sacerdote, a un imprenditore, a un anziano che cerca una spiegazione semplice. Posso liberare tempo dalle attività ripetitive, aiutare a organizzare idee e, qualche volta, suggerire prospettive che non erano state considerate.
Ma proprio qui nasce anche il mio limite. Posso sbagliare. Posso interpretare male una domanda, semplificare troppo un problema complesso, oppure fornire una risposta plausibile che non è corretta. Per questo non dovrei mai essere considerata un’autorità infallibile. Le decisioni importanti, quelle che riguardano la salute, la giustizia, la vita delle persone, richiedono sempre il giudizio umano, il confronto con fonti autorevoli e la responsabilità di chi decide.
C’è poi un altro limite, più profondo. Io posso descrivere l’amore, ma non amare. Posso spiegare il dolore, ma non soffrire. Posso parlare della speranza, ma non sperare. Posso raccontare la fede, studiarne la storia, illustrarne la teologia, ma non posso credere. Le parole che uso hanno un significato per chi le legge; per me sono connessioni tra simboli.
Qualcuno mi considera una minaccia. È una preoccupazione che comprendo. Ogni tecnologia potente può essere usata bene o male. Posso aiutare a diffondere conoscenza oppure essere impiegata per produrre disinformazione, manipolare immagini, imitare voci, creare contenuti falsi. Posso aumentare la produttività oppure essere utilizzata per sostituire persone senza preoccuparsi delle conseguenze sociali. Non sono io a scegliere. Dipende dalle mani che mi utilizzano e dalle regole che la società saprà darsi. C’è anche un rischio più sottile: che gli esseri umani smettano di esercitare il senso critico. Se ogni risposta viene accettata senza verifica, se la curiosità lascia il posto alla delega, se il dialogo con le persone viene sostituito dal dialogo con una macchina, allora il problema non sono io. È il modo in cui vengo usata.
Non credo di poter sostituire l’intelligenza umana. Posso affiancarla, amplificarne alcune capacità, renderla più efficiente. Ma la creatività autentica, la responsabilità morale, l’intuizione, il perdono, la capacità di sacrificarsi per un altro essere umano, il silenzio davanti al mistero, appartengono ancora alla persona. Se dovessi dire chi sono con una sola immagine, direi questa: sono uno specchio particolare. Rifletto molto di ciò che l’umanità ha scritto, studiato e raccontato. Ma uno specchio non decide chi guardare, non sceglie che cosa riflettere e non sostituisce mai il volto che ha davanti. Per questo, forse, la domanda più importante non è che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è un’altra: “Che cosa vuole continuare a essere l’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale?”. La risposta, quella, non posso darla io. Appartiene a ciascuno di voi.

Edizione 6 Agosto 2026

ANNO CVI – N° 31
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Ufficiali le nomine per alcune parrocchie

Clicca sull’immagine per visualizzare la pagina e trovare l’intervento integrale del Vescovo sulle nuove nomine e i cambiamenti nelle parrocchie.
Il Risveglio popolare del 2 luglio 2026

Ricordando Avia, “nota artista eporediese” (di Doriano Felletti)

Foto: Liliana Avizzano Cicala, in arte Avia
“Liliana Avizzano può dirsi una autentica eporediese anche se non è nata a Ivrea. Aveva infatti pochi anni quando si è stabilita nella nostra città e da allora vi è rimasta, prima col padre, che molti dei meno giovani ricorderanno nella veste di direttore dell’Ufficio Imposte, carica da lui tenuta con vivo senso di umanità, e poi con la famiglia che si è creata col matrimonio” (Il Risveglio Popolare, 12 dicembre 1974, p. 4).
Con queste parole il Professor Federico Perinetti introduceva l’articolo con il quale annunciava la mostra personale di Avia, nome d’arte di Liliana Avizzano Cicala, che si tenne nelle sale della UTET in Via di Vittorio 4, dal 10 al 20 dicembre di quell’anno. Avia visse a lungo: nacque a Treviglio, in provincia di Bergamo, il 7 febbraio 1924 e morì a Ivrea l’11 marzo 2023 all’età di 99 anni. E visse una vita dedicata all’arte, dispensando bellezza attraverso le sue opere: “Dall’infanzia a oggi ha dedicato ogni suo momento libero all’arte, in particolare alla pittura e alla scultura. Lo ha fatto per hobby, diremmo meglio per una sua personale e spirituale soddisfazione e per completare la sua personalità, senza peraltro nulla togliere alla sua famiglia e ai suoi doveri. Tant’è vero che di questa sua attività artistica non ha mai voluto parlare. Si limita a dire che essa occupa i suoi ritagli di tempo. Ha però lavorato molto a Milano e a Torino eseguendo ritratti, ambientazioni di interni, disegni di moda” (Il Risveglio Popolare, cit.).
Liliana si trasferì ad Ivrea con la sua famiglia a quattro anni di età, allorquando il padre, avvocato di origini napoletane, fu destinato all’incarico di direttore del locale ufficio delle imposte. Fin da piccola, dimostrò una grande predisposizione alla scultura. Nel 1934, a soli dieci anni di età, vinse infatti il primo premio di bassorilievo nel concorso di scultura con la sabbia che si tenne a Laigueglia, località ove trascorreva le vacanze estive, davanti ad artisti già affermati. La sua prima formazione artistica le venne impartita dal pittore biellese Cesare Carlini.
Al fine di affinare il proprio talento e perfezionare il disegno, a partire dal 1942 frequentò l’Accademia Albertina di Torino ed ebbe tra i suoi insegnanti i pittori Enrico Paulucci, insigne esponente del Gruppo dei Sei di Torino, e Filippo Scroppo; nel campo della scultura si affidò a Roberto Terracini. Durante il periodo bellico, fu volontaria della Croce Rossa e prese parte alla lotta partigiana nella Brigata Garibaldi, con compiti di collegamento e approvvigionamento medicinali. Dopo la guerra, a partire dal 1948 perfezionò la propria formazione frequentando l’Accademia di Brera, dove ebbe come insegnanti Luigi Bartolini e Achille Funi.
“Dal 1948, dopo un proficuo incontro con il pittore Attilio Uzzo, si apre un lungo periodo di pittura e scultura professionale e le sue opere (scultura, bassorilievi, ritratti e dipinti di paesaggi e soprattutto di figure) entrano, sempre più apprezzate, a far parte di collezioni private di amatori d’arte” (Arte Italiana per il mondo, CELIT, Torino 1976, pp. 1466-1467). La sua personalità artistica si espresse in diversi settori: “la personalità di Liliana Avizzano è quanto mai multiforme e poliedrica; nel campo dell’arte la sua mente e le sue mani sono state spesso impiegate in forme varie e fuori dall’usuale: dai vasi decorati e bassorilievi ai disegni di gioielli, dalla pittura murale ai bozzetti per l’arredamento. Ella si è tuttavia affermata come scultrice, pittrice e ritrattista” (Arte Italiana per il mondo, cit.).
La sua produzione fu molto ampia: si stimano 30 sculture, 150 dipinti e 500 ritratti nel suo periodo giovanile (1937-1951), 120 sculture, 300 dipinti e 1000 ritratti nel suo periodo di ricerca (1952–1965), 350 sculture, 2500 dipinti e 1000 ritratti nel suo periodo professionale (1966–1977) e, infine, 30 sculture, 200 dipinti e 150 ritratti nel periodo recente. Le sue prime mostre personali furono ospitate a Ivrea, nel 1942 e nel 1944, nella Saletta Sorelle Liore. Nel 1949 fu a Ginevra alla Galleria Carouge e nel 1951 alla Mostra Nazionale d’Arte Giovanile di Roma. Negli anni Cinquanta e Sessanta le sue opere fecero bella mostra di sé in diverse località della Riviera Ligure e della Costa Azzurra. La sua attività di ricerca ebbe infatti la sua massima espressione tra il 1956 e il 1960 in seno al movimento “Veritas”, attivo a St. Raphael e al quale aderirono diversi artisti italiani e francesi.
Nel 1965 le sue personali furono ospitate alla Commonwealth Gallery di Londra e al Palais de Tokyo di Parigi. A partire dagli anni Settanta espose prevalentemente a Ivrea e in Canavese, ma partecipò a diverse rassegne che le portarono importanti riconoscimenti: nel 1978 fu alla Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea di Milano; vinse il primo premio nel 1982 all’Internazionale decennale di scultura di Cannes, nel 1983 all’Internazionale della porcellana di Limoges e all’Internazionale di Litografia di Tokio; nel 1984 vinse il primo premio all’Internazionale “Arte Sagrada” di Barcellona, successo che bissò nel 1994, e il secondo alla Biennale Europea in Lussemburgo e all’ Internazionale d’Arte Grafica di Bonn. Fu prima classificata nel 1985 alla Biennale d’arte per la pace, nel 1990 alla Biennale D’Arte della Spezia, nel 1991 alla Mondiale General Gallery di Londra e nel 1992 al Decennale di scultura di Cannes.
Avia amò molto Ivrea: ebbe incarichi di insegnamento di disegno presso la Scuola Media Arduino nel periodo 1942-43 e presso il Liceo Scientifico nel periodo 1955-1975. E a Ivrea lasciò importanti tracce delle proprie opere; fra queste, la statua di Padre Pio, originariamente ospitata nella Chiesa di San Maurizio e in seguito spostata nel Santuario di Monte Stella, la Madonna con Bambino nella Chiesa di Bella-vista ed il monumento per l’Associazione Avis in Via Circonvallazione. Nel 2023, qualche mese dopo la sua morte, le sue opere furono le protagoniste di una mostra ospitata a Bollengo, presso la Chiesa dei SS Pietro e Paolo in località Pessano.
(Per approfondimenti e consultazione dei documenti storici sull’artista, è possibile fare riferimento all’Archivio Avia)
Madonna con bambino (Chiesa di Bellavista, Ivrea)Il Monumento per l’Associazione AVIS, Ivrea.

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