Tenuta Roletto
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domenica 28 Giugno 2026

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PARTITI DA CALUSO PER FARE LA STORIA DEL JAZZ ITALIANO. PER OSCAR LA CITTADINANZA ONORARIA NEL 1978

Valdambrini, padre e figlio, pionieri della “musica moderna”

Dai locali sotto la Mole negli anni ‘20, le incisioni e le esibizioni della fine anni ‘70

(di Doriano Felletti)

Foto: Oscar Valdambrini con Gianni Basso. Torino giocò un ruolo fondamentale nello sviluppo del...

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GLI ANEDDOTI DELLA VALCHIUSELLA, LE RIVALITA’ TRA BROSSO E VICO IN CURIOSI RACCONTI DI FANTASIA

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EDITORIALE – Non lasciamoli da soli…

Nella foto alcuni dei ragazzi che parteciperanno al viaggio in Brasile, durante la Veglia di Pentecoste in Cattedrale ad Ivrea.
A pag. 16 del giornale c’è un’intervista ad alcuni partecipanti al viaggio missionario di agosto in Brasile proposto e voluto dal vescovo Daniele per i giovani della diocesi. Partono in 7 accompagnatori e 27 giovani, e nessuno di questi sembra vivere l’esperienza come una semplice occasione per vedere luoghi nuovi o accumulare ricordi da raccontare al ritorno.
Nelle loro parole emerge il desiderio di lasciarsi interrogare, cambiare, persino mettere in discussione dall’incontro con persone e realtà molto diverse dalle proprie. Oggi, la scelta di “fare vacanza” in questo modo assume un significato che va ben oltre il viaggio stesso; è il segno di una Chiesa che continua a credere nell’incontro come strada privilegiata per costruire fraternità, scoprire vocazioni, che non si limita a parlare di comunione ma la vive concretamente mettendosi in cammino.
La missione è anche disponibilità ad ascoltare, ad accogliere, a riconoscere il valore altrui, a lasciarsi insegnare “diversamente” il Vangelo. In generale chi parte riceve più di quanto offre. Per questo il viaggio dei nostri giovani rappresenta una ricchezza per tutta la nostra comunità diocesana. Essi partono a nome della nostra Chiesa locale che desidera mantenere vivi i legami costruiti nel corso degli anni con quella terra di missione e che continua a considerare l’annuncio del Vangelo come un’esperienza di reciprocità e di scambio.
Attraverso i loro occhi e il loro racconto, anche noi potremo incontrare volti, storie e comunità che ci aiuteranno a guardare il mondo con maggiore ampiezza e profondità. Mentre si avvicina il giorno della partenza, l’invito per noi è di sentirci parte di questo cammino in terra straniera.
La missione non riguarda soltanto chi sale su un aereo e attraversa un oceano, riguarda ogni comunità che sceglie di uscire da sé stessa, di allargare lo sguardo, ampliare le conoscenze, andare oltre i confini e di riconoscere nell’altro un fratello. In questo senso, il viaggio dei giovani in Brasile è già iniziato ed è un’opportunità di crescita per l’intera diocesi che per loro ha già raccolto denari per alleggerire le spese, pregato, incontrato e ascoltato con fiducia, slancio e ammirazione.

Valdambrini, padre e figlio, pionieri della “musica moderna” (di Doriano Felletti)

Foto: Oscar Valdambrini con Gianni Basso.
Torino giocò un ruolo fondamentale nello sviluppo del jazz italiano, anche grazie all’EIAR, ente fondato il 17 novembre 1927 che, nel 1931, acquistò il Teatro di Torino di via Verdi 16 dove si esibirono le grandi orchestre di musica “moderna”. Caluso fu invece il punto di partenza dei Valdambrini, musicisti che diedero un grosso contributo allo sviluppo del genere.
Agostino Valdambrini nacque a Caluso il 25 settembre 1896. La famiglia era originaria di Cortona e si era lì trasferita nel 1870. La sua formazione era classica; dopo il diploma in violino conseguito presso il Conservatorio di Torino, iniziò a suonare nelle orchestre che in città accompagnavano i film muti, soprattutto al Cinema Ghersi di Via Roma.
A partire dal 1921, pur continuando l’attività di solista classico, iniziò a comparire in alcuni ensemble di pionieri dal jazz torinese che suonavano prevalentemente brani copiati dalle incisioni provenienti dall’America. Raccontava Cinico Angelini, celebre direttore d’orchestra nativo di Crescentino, che in quegli anni “si svolgevano riunioni per imparare i nuovi pezzi che il pianista [Edgardo Greppi] copiava dai dischi e a queste riunioni partecipavano i musicisti torinesi più interessati alla nuova musica”.
Il 16 aprile 1927 debuttò al Grande Ristorante Alfieri di Piazza Solferino 2 con The Missourians, ensemble in cui Valdambrini suonava, oltre al violino, il sassofono alto, che poi fu attiva al Clubbino, locale torinese frequentato dai principi di Casa Savoia.
All’inizio degli anni Trenta nacquero le grandi orchestre: suonavano nei saloni dei grandi alberghi, nei caffè-concerto, nei ristoranti e il repertorio si ampliò a diversi generi musicali. Nel 1930 l’EIAR formò un’orchestra “moderna” con l’obiettivo di farla esibire alla radio; primo direttore fu Tito Petralia. Nel 1933 fu formata l’Orchestra Cetra, impiegata sia per le trasmissioni radiofoniche sia per le sedute di incisione, sempre con Petralia alla direzione. Nel 1935 fu sostituito da Claude Bampton; nel 1936 la direzione fu affidata a Pippo Barzizza.
Valdambrini entrò fin da subito a far parte di queste orchestre e vi passò la sua intera carriera musicale. Non disdegnò incursioni in campo puramente jazzistico, con il Quartetto ed il Sestetto Orchestrale Cetra che annoveravano tra gli altri Gaetano Gimelli alla tromba, Sergio Quercioli al clarinetto, Aldo Fanni al contrabbasso e Alberto Semprini al pianoforte. Tra le varie composizioni si ricordano Sympathy e Frivolet per il Quartetto Jazz Cetra e Venuti da lontano per l’Orchestra Cetra, un omaggio al violinista italo americano Joe Venuti che fu di sua grande ispirazione. Ago-stino Valdambrini morì a Genova il 9 marzo 1958. Sposato con Giulia Sintoni, ebbe due figli, Nucci e Oscar.
E fu forse la tradizione di famiglia che spinse Oscar Valdambrini a ripercorrere le orme paterne. Nacque a Torino l’11 maggio 1924. Nel 1934 fu iscritto al Conservatorio nella classe di violino e si diplomò nel 1941; dal 1936 iniziò anche a studiare tromba. Nel 1939 fu ingaggiato come violinista dall’orchestra di Tito Petralia; nel 1941 passò a suonare la tromba nell’Orchestra diretta da Carlo Zeme che, dopo la distruzione del Teatro di Torino a causa di un bombardamento alleato avvenuto il 9 dicembre 1942, si trasferì a Bologna, poi a Montecatini ed infine a Milano. Vi rimase, saltuariamente, fino al 1945. Ebbe un ingaggio anche dall’orchestra di Battista Gimelli: fu quest’ultimo ad introdurlo al jazz insegnandogli le tecniche di improvvisazione e a spingerlo definitivamente verso la tromba.
Dal 1949 Oscar si stabilì a Milano e nel 1950 conobbe il sassofonista tenore Gianni Basso; fu questo l’incontro che influenzò profondamente la sua carriera musicale. L’anno successivo registrarono insieme alcune tracce con il quintetto di Piero Umiliani; nell’ottobre del 1952 Valdambrini incise quattro brani a proprio nome con un quintetto comprendente Gianni Basso. Furono insieme promotori del Sestetto Italiano che nel marzo 1955 esordì al Festival del jazz di Milano; nello stesso anno formarono anche il Quintetto Basso Valdambrini, forse il più celebre ensemble del jazz moderno italiano, insieme a Renato Sellani al pianoforte, Giorgio Azzolini al contrabbasso e Gianni Cazzola alla batteria.
Il quintetto suonò al Gala del jazz di Milano nell’ottobre 1955 e al Festival del jazz di Sanremo nel gennaio del 1957; pur con una serie di cambi di formazione, dominò la scena per diversi anni. Nel 1959 registrarono l’LP Basso-Valdambrini quintet, pietra miliare del bebop italiano, ricco di influenze californiane; nel 1960 l’ensemble, allargato a ottetto, incise New Sound from Italy. L’ingresso del trombonista Dino Piana condusse, alla fine del 1960, all’incisione dell’LP Basso Valdambrini Quintet Plus Dino Piana. Il sestetto rimase stabile fino al 1974 e il contributo compositivo di Valdambrini al repertorio fu fondamentale.
Valdambrini ebbe rapporti di collaborazione con l’Orchestra di Armando Trovajoli (1956-58) e con le big band di Gil Cuppini (1964-71), Giorgio Gaslini (1968-69) e Maynard Ferguson (1970-71). Fu al fianco di Duke Elling-ton nei concerti milanesi del 15 gennaio 1967 e del 28 ottobre 1969. Nel 1972 fu nominato tromba solista dell’Orchestra della Rai e si trasferì a Roma. Il 10 settembre 1978 il Sestetto si esibì al Parco Spurgazzi di Caluso per la Festa dell’uva: “la serata […] ha avuto il suo momento emotivamente più intenso quando, durante l’intervallo, il sindaco Mariuccia Cena ha conferito la cittadinanza onoraria di Caluso a Oscar Valdambrini, il quale a sua volta, ringraziando, ha ricordato, con accenti commossi, la figura del padre, insigne violinista calusiese, che gli ha trasmesso, con la passione per la musica, l’ amore profondo per questa bella terra canavesana” (Il Risveglio Popolare, 14 settembre 1978).
Afflitto da problemi cardiaci, Oscar Valdambrini morì a Roma il 26 dicembre 1996. Nel 2011 Caluso gli ha dedicato una via.
Il Risveglio Popolare del 20 aprile 1978 ne riporta una splendida intervista in occasione della sua partecipazione all’Euro Jazz Festival di Ivrea.
L’Orchestra Cetra diretta da Pippo Barzizza, Agostino Valdambrini è il terzo da sinistra in prima fila.Titolo dell’articolo pubblicato su Il Risveglio Popolare del 14 settembre 1978

Manca la meraviglia… (di Filippo Ciantia)

Foto generata con IA
Come i 527.747 maturandi di questa calda estate 2026 e il mio illustre (quasi) coetaneo Pupo, anch’io ho provato a confrontarmi con una delle tracce dell’esame di italiano. Tra quelle proposte mi ha particolarmente colpito l’articolo della giornalista tedesca Wenke Husmann, nato dall’esperienza di una madre che contempla un’aurora boreale insieme alla figlia e si interroga sul significato della meraviglia. Di fronte all’entusiasmo e allo stupore della bambina, l’autrice si interroga sulla capacità degli adulti di meravigliarsi ancora. La meraviglia non appartiene soltanto all’infanzia ed è la scintilla che alimenta il desiderio di conoscere, apre alla realtà, favorisce la curiosità e rende le persone più disponibili agli altri.
Nei celebri film “Inside Out” (1 e 2) le emozioni che guidano la vita della protagonista Riley Andersen sono nove: gioia, tristezza, paura, rabbia, disgusto, ansia, invidia, imbarazzo e noia. Manca la meraviglia. Eppure proprio la meraviglia sembra essere all’origine di tutte le altre. Prima ancora di gioire, temere, arrabbiarsi o rattristarsi, l’essere umano deve accorgersi che la realtà gli viene incontro come qualcosa di nuovo, inatteso, degno di attenzione. La meraviglia è il primo movimento umano davanti al mondo.
Per i filosofi antichi la conoscenza nasce dallo stupore, perché la meraviglia apre gli occhi e la mente. Non si tratta di una semplice emozione tra le altre, ma una sorta di condizione originaria che rende possibili tutte le altre esperienze umane. Si potrebbe dire che Inside Out racconta ciò che avviene dentro di noi, ma la meraviglia nasce quando qualcosa proveniente da fuori irrompe nella nostra vita. È una sorta di “Outside In”: non siamo noi a costruire la realtà, ma è la realtà che ci raggiunge, ci sorprende e ci provoca.
Un tramonto, un volto amato, una nascita, una pagina di poesia, una scoperta scientifica: tutto ciò che suscita meraviglia ci ricorda che il mondo non è un prodotto della nostra mente, ma un dono che ci precede.
In un’epoca in cui rischiamo di rinchiuderci nei nostri schemi, nelle nostre opinioni e nelle nostre emozioni, la meraviglia ci restituisce il contatto con la realtà. È la porta attraverso cui il mondo entra in noi e attraverso cui noi possiamo iniziare a conoscerlo veramente. È l’Outside In che rende possibile ogni autentica conoscenza.

Spendere la vita per non perderla – Commento al Vangelo di domenica 28 giugno

Il Vangelo di questa domenica ci pone davanti a una soglia che brucia: chi ama padre o madre, figlio o figlia più di Gesù, non è degno di Lui. Parole dure, che potrebbero sembrare un Vangelo del distacco freddo, e invece sono un invito all’estasi che allarga gli orizzonti del cuore.
Cosa significa, allora, per noi oggi mettere Dio davvero al primo posto, senza che questo diventi una scusa per fuggire le relazioni o per indurire il cuore verso chi amiamo? Forse proprio qui sta la crisi sana di cui parla il Vangelo: non una crisi che distrugge, ma una crisi che illumina perché è nel momento in cui tutto sembra andare in pezzi che si apre lo spazio per l’identità nuova, quella di figli liberi e non di sudditi del possesso.
Il coraggio di perdere senza disperare, di lasciar cadere ciò che imprigiona per ricevere ciò che salva. “Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà”: non è forse vero che tante volte la nostra paura di perdere ci rende già morti dentro, chiusi come un pugno serrato che non può ricevere nulla?
E allora il bicchiere d’acqua fresca, gesto piccolo e quotidiano, diventa un segno per eccellenza: la minorità che non disprezza nulla, che accoglie il fratello povero, il profeta, il giusto, il piccolo discepolo, perché in ognuno riconosce il volto di Cristo mandato dal Padre.
Quante fibre del nostro essere non sono per Dio? Il Vangelo oggi ci chiede solo questo: lasciare che lo Spirito sciolga i nodi che ci tengono prigionieri, perché possiamo finalmente correre leggeri dietro alla croce che salva.
Mt 10,37-42
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

Crisi da azzardo online: vincono le piattaforme, perdono famiglie e giovani, anche nei piccoli Comuni (di Cristina Terribili)

Foto generata con IA
Nel mese di maggio è stata pubblicata la quarta edizione del “Libro Nero dell’azzardo” a cura della Fondazione ISSCON (Istituto Studi sul Consumo) che, in collaborazione con la CGIL e Federconsumatori, analizza le tendenze di consumo dei cittadini italiani, l’impatto sociale ed economico sul gioco d’azzardo in Italia e li compara con i dati a livello europeo.
Dal rapporto emerge che gli italiani nel 2025 hanno perso al gioco d’azzardo qualcosa come 22 miliardi di euro, ed il gioco d’azzardo online ha superato quello che si realizza nel territorio attraverso le sale bingo, le sale slot o i punti in cui si può scommettere. Inoltre, il gioco d’azzardo online non è più appannaggio dei grandi centri urbani, ma si sta pericolosamente diffondendo anche nei piccoli centri tanto del sud quanto del nord Italia.
I giocatori attivi online sono 4,8 milioni e tra questi tantissimi giovani e giovanissimi che, alterando l’età, creano un profilo per poter giocare. Sono stati aperti 17 milioni di conti gioco e l’84% di questi conti, nel 2025, ha chiuso con una perdita. Secondo il rapporto pubblicato, si stima che ogni giocatore, mediamente abbia investito, in un anno, 3mila284 euro.
Dalla lettura di questo rapporto, il nostro Paese vive una condizione di “crisi da azzardo” e da qui si capisce la necessità dell’applicazione rigorosa del divieto di pubblicità dei giochi d’azzardo online, anche quelli dove i testimonial più famosi invocano il “gioca responsabile”. Rendere disponibili i dati sui profitti delle aziende che promuovo il gioco d’azzardo online potrebbe far capire il divario tra le ridicole vincite e i guadagni delle lobby; ma potrebbe anche non essere sufficiente dal momento che tanti giocatori online sono convinti che a loro non capiterà di perdere e che saranno in grado di potersi fermare e che, comunque il rischio, l’adrenalina, la perdita di cognizione dello spazio e del tempo, così come la percezione di una solitudine che viene annullata dal carosello di colori e di suoni che si crea intorno al giocatore, è un elemento talmente forte che si fa fatica a contrastarlo solo con delle informazioni.
Dietro i numeri del “Libro Nero dell’azzardo” ci sono famiglie in difficoltà, giovani che inseguono illusioni di guadagno facile e persone che, spesso in silenzio, scivolano in una dipendenza capace di compromettere relazioni, lavoro e stabilità finanziaria. È fondamentale mantenere alta l’attenzione, soprattutto tra i più giovani, e promuovere una cultura della consapevolezza che smascheri la falsa percezione del controllo e della vincita facile. Nell’azzardo, infatti, a vincere con regolarità non sono i giocatori ma le società che gestiscono il sistema. Riconoscere i rischi, informarsi e chiedere aiuto ai primi segnali di difficoltà rappresentano oggi gli strumenti più efficaci per non cadere in una spirale che può avere conseguenze pesanti sul piano economico, sociale e psicologico. La vera scommessa da vincere è quella della prevenzione.

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