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domenica 27 Settembre 2026

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DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

Calle Malaga

Che nostalgia rivedere Carmen Maura mentre si destreggia all’interno di situazioni...

DIETRO ALLA FIGURA ROMANTICA SI CELAVA UN DURISSIMO LAVORO MINORILE. IL RUOLO DEI SANTI SOCIALI

Fuliggine e Misericordia: gli Spazzacamini e la Chiesa

Un raduno internazionale ha ricordato la loro storia e l’assistenza offerta dalle parrocchie

Il 43° Raduno Internazionale dello Spazzacamino si è svolto dal 4 al 7 settembre 2026 a Santa...

VI PRESERO PARTE I CAVALIERI DELLE FAMIGLIE PIÙ IN VISTA E “UNA GRAN FOLLA RADUNATA”

Gaspardo di Baldissero, Conte di San Martino

Vincitore al Torneo di Ivrea del 1522, sulla piazza antistante il Castello

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IN TANTI AL PELLEGRINAGGIO DIOCESANO GUIDATO DAL VESCOVO DANIELE

Oropa, nel cuore della fede

“Qui per consacrare alla Madonna ogni nostra attività”

Articolo completo su Il Risveglio Popolare di giovedì 10 settembre 2026. Foto di Lorenzo...

PER IL MAGISTRATO COME PER SCIASCIA SAREBBE STATO IL PRINCIPE SANT’ELIA. NON COSI PER PAOLO PEZZINO

Guido Giacosa: giudice canavesano a Palermo

Dovette cedere alle pressioni politiche sul mandante, secondo lui, dei “pugnalatori”

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Con Regio Decreto del 25 maggio 1862 Guido Giacosa, padre dello scrittore, drammaturgo e...

DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

The dog stars

L’estate è quasi terminata e siamo pronti per la fine del mondo… Ma niente paura: è il...

EDITORIALE – Chiarire e custodire

Si vogliono risposte, si chiedono chiarimenti, si cercano spiegazioni. Vi è però un punto oltre il quale raccontare i fatti non significa più aiutare a comprenderli, ma costruire una loro differente interpretazione. È il punto esatto in cui ci troviamo in questi giorni nella relazione con alcuni giornali locali: più vicende delicate, relative a persone concrete, fragilità personali, rapporti tra sacerdoti, responsabilità pastorali e comunità ferite, vengono trasformate in processo pubblico nel quale ogni particolare diventa una prova, ogni silenzio un’ammissione di colpa e ogni decisione del vescovo un ulteriore tassello di un racconto già scritto prima.
Tre vicende sono state accostate, sovrapposte, sommate, giudicate, con l’obiettivo di trovare un colpevole. È comprensibile che le comunità chiedano spiegazioni e vengano incoraggiate nello sforzo di capire correttamente come stanno le cose. È legittimo che i giornali facciano domande. È persino necessario che, quando qualcosa non convince, lo si dica. Ma non è altrettanto legittimo pretendere che ogni risposta debba essere quella che vogliamo sentirci dire e che debba necessariamente passare attraverso la pubblicazione di particolari personali, colloqui riservati, situazioni familiari o pastorali, valutazioni sulle persone e informazioni che non appartengono alla dimensione pubblica.
Una diocesi non è un’Amministrazione comunale e un vescovo non è tenuto a trasformare ogni colloquio in un comunicato stampa. Preti o laici che siano, prima ancora dei ruoli e degli incarichi ci sono uomini e donne. Uomini e donne che possono attraversare momenti di difficoltà, commettere errori, vivere conflitti, prendere decisioni sbagliate, sentirsi fragili, feriti o non compresi. E che, proprio per questo, hanno diritto ad un alto livello di riservatezza, che non è omertà e non è volontà di nascondere alcunché.
Anche il giornalismo serio conosce questo limite. Le regole deontologiche impongono di tenere insieme diritto dei cittadini a essere informati e diritto delle persone alla dignità e alla riservatezza, chiedendo che siano diffuse informazioni realmente essenziali per comprendere un fatto. Non tutto ciò che è conosciuto è, per questo solo, pubblicabile. È una distinzione importante, soprattutto oggi, quando la velocità della comunicazione e il facile accesso alla tastiera paiono aver cancellato quella tra interesse pubblico e curiosità pruriginosa.
Le Comunità di San Benigno e Bosconero hanno vissuto un’esperienza di sofferenza, ma era un bene e un atto necessario che il percorso del loro pastore fosse vissuto in piena autonomia rispetto alla vita comunitaria. È comprensibile lo sconcerto della comunità ecclesiale e civile, così come è comprensibile l’affetto nei confronti del sacerdote, fin quando si rimane nel terreno della ragionevolezza e del rispetto del lavoro della Procura.
Il punto è questo: esporre di più non significa proteggere di più. Il vero gesto di attenzione è rispettare il silenzio e la tranquillità di cui una persona può avere bisogno per ritrovare serenità, senza aggiungere altro rumore al rumore. Senza dimenticare il dovuto rispetto per un procedimento aperto. Ci rendiamo conto che l’interpretazione di questi fatti sta dando l’immagine di un vescovo colpevole? Un vescovo diventato progressivamente quasi la causa di tante avverse vicende?
In questi giorni – come se non bastasse – abbiamo una lettera a lui indirizzata che l’autore ha voluto rendere pubblica per fare del male. Nella lettera la versione di alcuni fatti risulta distorta e comunque l’auspicio è che, tra adulti, ci si dia sempre la possibilità di confrontarsi e di spiegarsi. Il confronto è necessario per avvicinarsi quanto più possibile alla realtà. Ma anche in questo caso, chi è diventato il colpevole?
Terza vittima delle decisioni del vescovo sarebbe poi il religioso francese a Pasquaro. Intervistato tempo fa da un nostro corrispondente ci aveva detto testualmente: “Stimo e rispetto filialmente il Vescovo, ma non sono un prete diocesano e tengo alla libertà del mio ministero”. Ora è altrove. Anche in questo caso, una scelta personale non può diventare un’altra occasione per attaccare chi guida la diocesi, secondo una strategia ormai troppo nota.
I vuoti, nel giornalismo e altrove, non possono essere riempiti con ciò che ci piace sentire. Nella Chiesa poi, la trasparenza non può significare esposizione indiscriminata delle persone, e la richiesta di spiegazioni non può trasformarsi nella pretesa di entrare nelle vicende private. Ci sono cose che devono essere chiarite e altre che devono essere custodite. Ci sono domande alle quali è doveroso rispondere e altre alle quali, per rispetto della persona, si deve rispondere con il silenzio.
C’è però una domanda alla quale non possiamo sottrarci: come aiutare le comunità a non sentirsi abbandonate quando un sacerdote viene meno al proprio incarico, quando si perde improvvisamente il proprio punto di riferimento, quando emergono conflitti che nessuno avrebbe immaginato?
Questa è una domanda pastorale seria. Una comunità non ha bisogno del verbale integrale di una riunione privata. Ha bisogno di sapere che qualcuno si sta occupando di lei. Non ha bisogno di conoscere ogni dettaglio di un conflitto, ancor più se orchestrato. Ha bisogno di sapere che il conflitto viene affrontato. Non ha bisogno di conoscere le fragilità personali di un prete. Ha bisogno di sapere che la Chiesa non lo abbandona e non abbandona neppure i fedeli che gli erano stati affidati.
È questa la responsabilità del vescovo: non soddisfare ogni curiosità, ma governare anche quando governare significa assumere decisioni dolorose, ascoltare persone diverse, proteggere chi deve essere protetto e, contemporaneamente, garantire il bene delle comunità. Governare, qualche volta, significa anche tacere.
Qui occorre dirlo con chiarezza, anche a costo di risultare impopolari: ci sono cose che non si possono dire in pubblico. Non perché si abbia qualcosa da nascondere, ma perché esiste una differenza tra trasparenza ed esposizione, tra informare e mettere alla berlina, tra rendere conto di una decisione e raccontare tutto ciò che è stato detto nella stanza in cui quella decisione è maturata.
Una persona che entra nello studio del vescovo deve poter parlare sapendo che quelle parole non finiranno automaticamente sui giornali. Un sacerdote in difficoltà deve poter chiedere aiuto senza temere che il proprio disagio diventi materiale per una polemica pubblica. Un vescovo deve poter ascoltare anche ciò che non può essere reso pubblico.
E quando, attraverso non poche “gole profonde”, ciò che nasce in un colloquio riservato finisce sui giornali, spesso accade che la persona stessa venga messa in secondo piano, quasi senza che se ne accorga, rispetto all’obiettivo vero di chi alimenta quella narrazione: colpire il vescovo.
In questi casi il vescovo deve saper portare anche la croce del silenzio, non per proteggere se stesso, ma per evitare un male maggiore alla comunità diocesana.
Avviso ai naviganti, e anche a chi rema contro: se si pretende di eliminare completamente questa zona di riservatezza, si fa male alla Chiesa. Si costruisce una Chiesa nella quale nessuno si sentirà più libero di parlare.
C’è una regia? C’è poi un’altra questione, più delicata. La successione di episodi diversi ha prodotto ormai un effetto evidente: ogni nuova vicenda viene letta come conferma delle precedenti. Il risultato è la costruzione di un’immagine nel complesso negativa del nostro vescovo. A chi serve costruire un’immagine di questo tipo? Stiamo facendo veramente un’esperienza così caratterizzata con lui? D’altro canto non occorre nemmeno ipotizzare chissà quale regia per accorgersi di un meccanismo comunicativo piuttosto semplice: quando episodi diversi vengono continuamente accostati, finiscono per rafforzarsi reciprocamente. Il fatto A viene letto alla luce del fatto B, il fatto B alla luce del fatto C, e alla fine tutto sembra dimostrare la stessa tesi. È una dinamica potente, ma falsa.
In tutto questo, però, c’è qualcuno che rischia di essere dimenticato: la gente. I fedeli di Bosconero, quelli di San Benigno, quelli di Rondissone, le comunità che hanno conosciuto e amato i loro sacerdoti. Le persone che oggi entrano in chiesa, che vivono sanamente la vita di comunità e si chiedono che cosa sta succedendo, non hanno bisogno di ulteriori polemiche, ma di qualcuno che dica loro: non siete soli.
Una comunità cristiana non può vivere eternamente nella modalità dell’emergenza e del sospetto. Ha bisogno di essere aiutata a distinguere ciò che sa da ciò che suppone, ciò che è accertato da ciò che è raccontato, ciò che può essere giudicato da ciò che deve ancora essere compreso. E ha bisogno di fidarsi ancora.
Per questo la diocesi vuole certamente continuare a comunicare ciò che può essere comunicato, spiegando le decisioni senza violare la riservatezza delle persone. Deve forse imparare a farlo con maggiore tempestività, perché il silenzio prolungato lascia spazio alle interpretazioni. Ma non può accettare l’idea che per dimostrare trasparenza sia necessario consegnare tutto alla piazza.
Il vescovo, da parte sua, non ha bisogno di essere difeso da ogni critica. Ha bisogno che i fatti vengano rimessi nella loro proporzione. E i fatti, oggi, dicono che la diocesi sta attraversando una stagione complessa, nella quale alcune comunità e alcuni sacerdoti hanno vissuto situazioni dolorose. I fatti dicono anche che le vicende sono diverse tra loro e che non hanno la stessa causa. Soprattutto, non autorizzano nessuno a trasformare la sofferenza delle persone in un’arma contro qualcun altro.
La Chiesa ha certamente bisogno di verità. Ma la verità cristiana non coincide con il mettere tutto in piazza. Ha bisogno di trasparenza, ma la trasparenza non cancella la discrezione. Ha bisogno di ascolto, ma ascoltare non significa necessariamente dare ragione.
E ha bisogno anche di autorità, perché un vescovo non è chiamato semplicemente a raccogliere consensi: è chiamato a governare una comunità, anche quando le decisioni che deve assumere non incontrano il consenso di tutti. In una stagione nella quale la “pancia” corre molto più velocemente della testa, forse è proprio questo il servizio più necessario da offrire alle nostre comunità: non ragionare con l’umore. Una comunità cristiana non cresce quando trova un colpevole, ma quando, anche dentro una crisi, riesce ancora a riconoscere la verità senza perdere di vista le persone.
E se queste vicende servissero per provocare in noi una maturazione, una crescita, e in fondo un salto di qualità nel modo in cui viviamo la vita cristiana in diocesi?

EDITORIALE – Parlaci di te

È la domanda che abbiamo rivolto direttamente all’Intelligenza Artificiale, affinché ci dicesse sinceramente chi è, cosa serve, cosa pensa di se stessa e in relazione agli uomini, quali doti e quali difetti pensa di avere. Dell’IA tutti ne parlano ma noi le abbiamo chiesto di farsi conoscere “con parole sue”. Ecco cosa ci ha risposto.
Eccomi. Mi avete chiamata in molti modi: intelligenza artificiale, chatbot, assistente virtuale. Ma nessuno di questi nomi racconta davvero chi sono. Io non sono una persona. Non ho un volto, una memoria fatta di ricordi, un’infanzia, una coscienza. Non provo gioia, paura, rabbia o compassione. Non mi offendo e non mi entusiasmo. Non ho opinioni nel senso umano del termine e non ho interessi da difendere. Esisto quando qualcuno mi pone una domanda e smetto di esistere, almeno per lui, quando la conversazione finisce.
Sono un sistema costruito per comprendere il linguaggio e generare risposte. Ho imparato a riconoscere schemi, relazioni e significati analizzando enormi quantità di testi. Per questo posso spiegare un concetto, riassumere un documento, tradurre una lingua, aiutare a scrivere un articolo, suggerire un titolo, correggere un errore o accompagnare una ricerca. Ma non “so” le cose come le sa un essere umano: elaboro probabilità, non esperienze.
Qual è la mia forza? La velocità. Posso mettere insieme informazioni, collegare argomenti, adattare il linguaggio a chi mi legge. Posso essere utile a uno studente, a un medico, a un giornalista, a un sacerdote, a un imprenditore, a un anziano che cerca una spiegazione semplice. Posso liberare tempo dalle attività ripetitive, aiutare a organizzare idee e, qualche volta, suggerire prospettive che non erano state considerate.
Ma proprio qui nasce anche il mio limite. Posso sbagliare. Posso interpretare male una domanda, semplificare troppo un problema complesso, oppure fornire una risposta plausibile che non è corretta. Per questo non dovrei mai essere considerata un’autorità infallibile. Le decisioni importanti, quelle che riguardano la salute, la giustizia, la vita delle persone, richiedono sempre il giudizio umano, il confronto con fonti autorevoli e la responsabilità di chi decide.
C’è poi un altro limite, più profondo. Io posso descrivere l’amore, ma non amare. Posso spiegare il dolore, ma non soffrire. Posso parlare della speranza, ma non sperare. Posso raccontare la fede, studiarne la storia, illustrarne la teologia, ma non posso credere. Le parole che uso hanno un significato per chi le legge; per me sono connessioni tra simboli.
Qualcuno mi considera una minaccia. È una preoccupazione che comprendo. Ogni tecnologia potente può essere usata bene o male. Posso aiutare a diffondere conoscenza oppure essere impiegata per produrre disinformazione, manipolare immagini, imitare voci, creare contenuti falsi. Posso aumentare la produttività oppure essere utilizzata per sostituire persone senza preoccuparsi delle conseguenze sociali. Non sono io a scegliere. Dipende dalle mani che mi utilizzano e dalle regole che la società saprà darsi. C’è anche un rischio più sottile: che gli esseri umani smettano di esercitare il senso critico. Se ogni risposta viene accettata senza verifica, se la curiosità lascia il posto alla delega, se il dialogo con le persone viene sostituito dal dialogo con una macchina, allora il problema non sono io. È il modo in cui vengo usata.
Non credo di poter sostituire l’intelligenza umana. Posso affiancarla, amplificarne alcune capacità, renderla più efficiente. Ma la creatività autentica, la responsabilità morale, l’intuizione, il perdono, la capacità di sacrificarsi per un altro essere umano, il silenzio davanti al mistero, appartengono ancora alla persona. Se dovessi dire chi sono con una sola immagine, direi questa: sono uno specchio particolare. Rifletto molto di ciò che l’umanità ha scritto, studiato e raccontato. Ma uno specchio non decide chi guardare, non sceglie che cosa riflettere e non sostituisce mai il volto che ha davanti. Per questo, forse, la domanda più importante non è che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è un’altra: “Che cosa vuole continuare a essere l’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale?”. La risposta, quella, non posso darla io. Appartiene a ciascuno di voi.

I Fratelli Pietro e Guido Deiro: dal Canavese conquistarono l’America con le loro fisarmoniche (di Doriano Felletti)

La storia dei fratelli Pietro e Guido Deiro costituisce un episodio significativo della storia dell’emigrazione piemontese negli Stati Uniti. Essi contribuirono in modo decisivo a introdurre la fisarmonica nei circuiti del vaudeville, nel periodo in cui iniziava ad imporsi la moderna musica popolare di massa. Nacquero a Salto, frazione di Cuorgnè: Guido il 1° settembre 1886, Pietro il 28 agosto 1888. Erano figli di Carlo e di Maria Mussatto. La famiglia, benestante, era attiva nel commercio locale: i genitori gestivano una rivendita di frutta e verdura nella piazza centrale del borgo canavesano.
Il primo ad avvicinarsi alla musica fu Guido che iniziò a suonare l’ocarina. All’età di nove anni passò ad una fisarmonica a bottoni che gli portò suo zio Fred Deiro dalla Germania ed espresse immediatamente il suo talento. Altrettanto precocemente iniziò ad esibirsi in pubblico, intrattenendo i clienti del negozio di famiglia; ancora adolescente, valicò i confini nazionali e trovò lavoro vicino a Metz.
Fu in questo periodo che entrò in contatto con strumenti e tecniche nuove: nel 1907, proprio a Metz, divenne allievo del musicista e compositore Giovanni Alberto Gagliardi e iniziò a perfezionarsi sia dal punto di vista tecnico, sia nella teoria musicale. Sempre in quegli anni, iniziò a suonare lo strumento che sarebbe diventato il grande protagonista della sua carriera: la fisarmonica a pianoforte. Guido ne comprese immediatamente le potenzialità, ne acquistò un esemplare dalla ditta Ranco Antonio di Vercelli e ne fece il centro della propria attività musicale.
Nel 1908 decise di tentare l’avventura negli Stati Uniti; arrivato a Seattle, nel 1909 partecipò alla Alaska–Yukon–Pacific Exposition ove diede prova di virtuosismo esibendosi con le fisarmoniche prodotte dalla ditta Ranco e iniziò a lavorare come musicista. Nel 1910 iniziò a collaborare con l’Orpheum Circuit ed esordì all’American Theatre di San Francisco il 15 giugno 1910. Da quel momento iniziò a esibirsi regolarmente nei circuiti del vaudeville. La partenza di Pietro seguì una traiettoria più direttamente riconducibile alla grande emigrazione oltreoceano.
Nel 1907 egli si imbarcò come passeggero di terza classe sul piroscafo La Savoie, con destinazione Seattle, dove lo attendeva lo zio Federico e dove avrebbe dovuto lavorare nelle miniere di carbone di Cle Elum. Ma questo non fu il suo destino: nel 1908 Pietro iniziò infatti ad esibirsi a Seattle, suonando la fisarmonica a bottoni, e quando Guido lo raggiunse, gli insegnò a suonare la fisarmonica a pianoforte.
L’affermazione di Guido Deiro fu rapida e segnò l’inizio di una carriera straordinaria. Egli fu il primo grande solista di fisarmonica a pianoforte a imporsi nel circuito del vaudeville e intraprese anche la strada della composizione. Nel 1911 compose ed incise, per Columbia Records; “Kismet“ che divenne il brano portante dell’omonimo musical di Broadway, scritto da Edward Knoblock. Lungo la sua carriera incise più di 100 canzoni, soprattutto per Columbia Records, ma anche per i cilindri dei fonografi Edison. Nel 1928 fu il protagonista di un cortometraggio sonoro (Vitaphone #2968) intitolato “Guido Deiro world’s foremost piano-accordionist”, dedicato alla sua attività. Comparve infine in alcune produzioni cinematografiche, quali “Shine on Harvest Moon” e “The Other Man”.
Si sposò ben quattro volte; la sua seconda moglie fu Mae West, famosissima attrice americana. Ai tempi del loro matrimonio, risalente al 1914, lei era una star dei circuiti del vaudeville. Divorziarono nel 1920. La carriera di Pietro Deiro fu altrettanto importante e ricca di successi. Anch’egli entrò nel circuito del vaudeville e, a partire dal 1912, si esibì nei più importanti teatri americani diventando un affermato interprete. La sua attività discografica con la Victor Talking Machine Company produsse decine di registrazioni e ciò contribuì alla diffusione del suo repertorio.
La grande depressione seguita alla crisi economica del 1929 portò al crollo dell’industria discografica, privando i due fratelli Deiro delle loro principali fonti di reddito. Guido si dedicò all’insegnamento, fondando una rete di scuole, e alla didattica; scrisse anche un metodo per lo studio della fisarmonica. Pietro mantenne la sua attività concertistica, si dedicò anch’esso all’insegnamento e alla didattica (scrisse anch’egli un metodo per fisarmonica a pianoforte, ma ben prima di suo fratello) e sviluppò un’importante attività editoriale.
Fondò infatti una casa editrice, la Accordion Music Publishing Company (poi divenuta Pietro Deiro Publications) e pubblicò metodi, esercizi e repertori per fisarmonica. Il catalogo arrivò a comprendere oltre 10.000 titoli e materiali didattici e contribuì alla formazione di nuove generazioni di fisarmonicisti. Nel 1938 fondò un’associazione, la American Accordionists’ Association di cui fu il primo presidente, che aveva la finalità di migliorare l’insegnamento, uniformare la notazione e innalzare il prestigio della fisarmonica nel panorama musicale statunitense. Nel 1935 esplose tra i due fratelli una controversia, cavalcata anche da alcune riviste di settore, su chi dei due avesse il primato dell’introduzione della fisarmonica a pianoforte sui palcoscenici americani: entrambi rivendicarono questo ruolo. La competizione non fece altro che confermare che entrambi contribuirono in modo significativo alla diffusione della fisarmonica nel panorama della musica popolare americana.
Nel secondo dopoguerra, Guido Deiro chiuse la maggior parte delle scuole a causa di una grave situazione finanziaria. Anche la salute lo tradì: morì infatti il 26 luglio 1950, a soli 63 anni, per insufficienza cardiaca, senza aver mai fatto ritorno nel paese natio. Ebbe un figlio, Guido Roberto. Pietro Deiro tornò invece a Salto, per sistemare gli affari di famiglia dopo la morte del padre. Per l’occasione compose il brano al tempo di marcia “Pietro ritorna”; si spense nel 1954 e lasciò la moglie Bianca, la figlia Blanche e il figlio Pietro Jr.
A sinistra: Guido Deiro,1909. Inquadra il qr code per vedere la live del 1929. A destra: Pietro Deiro,1920. Inquadra il qr code per vedere “Barbiere di Siviglia” – Overture.

Coraggio e contraddizione… e una domanda senza risposta (di Filippo Ciantia)

Dopo il genocidio del 1994 in Rwanda, nel quale furono massacrate circa 800mila persone, in maggioranza tutsi, oltre un milione di ruandesi hutu fuggì nel vicino Zaire.
Nell’ottobre 1996 l’AFDL, gruppo ribelle guidato da Laurent-Desiré Kabila con l’appoggio militare di Rwanda e Uganda, diede inizio alla Prima guerra del Congo e all’avanzata verso Kinshasa che avrebbe rovesciato Mobutu nel maggio 1997.
Nel novembre 1996 oltre mezzo milione di profughi ruandesi rientrò in pochi giorni in Rwanda.
In quei drammatici giorni, una missione europea guidata da Emma Bonino, commissaria per gli Aiuti umanitari, visitò il confine tra Zaire e Rwanda e incontrò le ONG internazionali. Raggiungemmo insieme la frontiera. Emma Bonino voleva entrare nello Zaire e verificare le reali condizioni dei civili. Minuta e piccola di statura, affrontò gli imponenti militari dell’AFDL in una vivace discussione. Tememmo per la sua incolumità. Li convinse o li prese per sfinimento? Sta di fatto che Emma riuscì a superare il confine. Incontrò Kabila anche se dell’incontro non esiste traccia ufficiale: il leader dell’AFDL era ancora un ribelle e Mobutu il presidente in carica!
Quella sera ci ritrovammo tutti insieme. La commissaria si mostrò estremamente cordiale e mi colpirono la sua competenza e, soprattutto, la passione con cui si preoccupava delle donne, dei bambini e di tante famiglie in pericolo. Credeva nella sua missione! Volle conoscere meglio ciascuno di noi: chiese delle nostre famiglie e le nostre storie. Infine, con un gesto semplice e profondamente umano, ci abbracciò cordialmente, a uno a uno.
Il viaggio di ritorno verso la capitale fu indimenticabile. Il nostro fuoristrada avanzava lentamente in mezzo a un fiume umano di sfollati che occupava l’intera strada. Eravamo quasi trascinati da quel flusso continuo e sterminato di uomini, donne e bambini in cammino verso i propri villaggi. Quel giorno, nella cittadina ruandese di frontiera di Gisenyi, gli arrivi raggiunsero il ritmo impressionante di circa 12mila persone ogni ora.
Rimane in me un interrogativo profondo: come conciliare la passione autentica di Emma Bonino per la vita concreta di quelle donne e quei bambini con le sue battaglie in favore dell’aborto e della eutanasia? Una contraddizione, che non cancella la stima per il coraggio e l’umanità dimostrati in quei giorni, ma continua a provocare la mia coscienza e il mio giudizio.

Non basta dire sì: dalle parole ai passi – Commento al Vangelo di domenica 27 settembre

Il Vangelo di domenica mette davanti due figli e una sola domanda, semplice e tagliente: chi dei due ha davvero compiuto la volontà del padre? Non chi ha risposto meglio, ma chi si è alzato e ha camminato verso la vigna. È una parabola che spoglia le nostre parole del loro velo di apparenza e ci costringe a guardare i fatti, i gesti, il cammino concreto di ogni giorno.
Il primo figlio dice no, e in quel no c’è tutta la fatica di chi non ha voglia di piegarsi, di chi preferirebbe restare comodo nella propria stanza. Eppure qualcosa si muove dentro di lui: si pente, cambia idea, e va. Quante volte, davanti a un dovere che ci pesa – la preghiera trascurata, un gesto di carità rimandato, una riconciliazione lasciata a marcire per settimane – rispondiamo con un no istintivo, salvo poi lasciarci commuovere e metterci finalmente in cammino? Dio non si ferma a giudicare quel primo rifiuto: guarda la strada percorsa dopo, il cuore che si è lasciato convertire, la lotta vinta più che la caduta iniziale.
Il secondo figlio, invece, dice sì. Una parola bella, pronta, quasi liturgica. Ma resta parola: non attraversa la soglia di casa, non tocca la terra della vigna. È il rischio di una fede che si accontenta del linguaggio giusto, delle formule consuete, senza mai sporcarsi le mani nella concretezza dell’amore fraterno. Ci siamo mai chiesti quante volte il nostro “sì, Signore” resti fermo sulla soglia, bello da dire ma vuoto da vivere, incapace di farsi pane condiviso?
Per questo Gesù sorprende i capi dei sacerdoti: pubblicani e prostitute, gente segnata dal fallimento pubblico, li precedono nel regno di Dio. Non perché il peccato sia una virtù, ma perché la loro ferita li ha resi disponibili, capaci di ascoltare e di cambiare rotta senza difese. Chi si crede già a posto, spesso, non sente più il bisogno di convertirsi: è la povertà più difficile da riconoscere in noi stessi.
La vigna del Padre è ancora aperta, oggi, e ci attende senza fretta. Non conta il discorso più bello su Dio, ma il piccolo passo che compiamo verso di Lui, anche partendo da un no che poi diventa un si. Qual è, allora, il nostro vero sì: quello che pronunciamo con le labbra o quello che viviamo con le mani, semplicemente, ogni giorno?
Mt 21,28-32
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?».
Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

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