Tenuta Roletto
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domenica 17 Maggio 2026

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8xmille - INTERVISTA AL VICEPRESIDENTE CEI MONSIGNOR ERIO CASTELLUCCI

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San Francesco a Ivrea attraverso i suoi frati (di Francesco Mosetto)

Riscoprire il carisma di Francesco d’Assisi.
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Si parla molto, in questi giorni, di Francesco d’Assisi. Anche a livello mediatico. L’indizione di uno speciale anno giubilare, da parte di Papa Leone, dal 10 gennaio 2026 alla stessa data nel 2027, l’esposizione delle sue reliquie ad Assisi, nell’occasione dell’ottavo centenario della sua morte, ma anche la curiosità della cultura laica e mediatica, per la quale Francesco è il “primo italiano”, la figura fondativa della nostra “italianità” (Aldo Cazzullo, autore di una fortunata biografia del Poverello di Assisi), tutto ciò ha fatto crescere l’interesse per il Patrono d’Italia.
Eppure la figura di Francesco non è omologabile con la cultura dominante del suo e del nostro tempo. Per lui, la sequela di Cristo povero, l’adesione al vangelo “sine glossa”, senza interpretazioni annacquanti, lo hanno posto addirittura in rotta con la sua famiglia e con il mondo delle sue abituali frequentazioni.
Quale è dunque l’attualità/inattualità di Francesco? Quale “dono” Dio ha fatto alla sua Chiesa, ed al mondo, inviandoci Francesco? Quel “carisma” va riscoperto a partire da chi lo ha seguito nella via del francescanesimo. Per questo l’Ufficio diocesano per la Pastorale della Cultura ha invitato un “figlio” di Francesco, il Padre Patrick Olikh, ofm, di origini ucraine, della comunità francescana di Bordighera, a raccontarci qualcosa di quel carisma, così come oggi è vissuto nella vasta famiglia francescana.
L’appuntamento è per martedì 19 maggio, alle ore 18, presso il Polo infermieristico di Via Monte Navale, 2, ad Ivrea.
Al termine della relazione sarà presentata una pubblicazione curata dallo storico don Francesco Mosetto sdb, che riporta la ricognizione dei “luoghi francescani” presenti nel territorio della nostra diocesi e di cui questa pagina è un’ampia anticipazione.
L’incontro di martedì a cui parteciperà anche il vescovo Mons. Daniele Salera, è aperto a tutti, ed è preparatorio, in modo particolare, per coloro che parteciperanno al pellegrinaggio diocesano ad Assisi, previsto per i giorni 26-28 giugno prossimi.
don piero agrano
E’ improbabile che San Francesco sia venuto di persona a Ivrea. Le tradizioni locali, riportate da scrittori del Sei-Settecento, non trovano credito presso gli storici, i quali si orientano piuttosto verso la presenza dei Francescani nel nostro territorio. Nella bella monografia di C. Bertolotto e altri, Il convento di San Francesco a Ivrea (Ivrea 2011), Franco Quaccia descrive come i frati Conventuali – così detti perché abitavano in conventi, anziché in alloggi precari come i primi compagni di Francesco – giunti a Ivrea qualche anno dopo la sua morte, si inserirono e si integrarono gradualmente nella Chiesa e nella società eporediese (I francescani a Ivrea dalle origini al secolo XVI, pp. 1-22). La chiesa di San Francesco “è attestata la prima volta nel 1244. La sua ubicazione risulta all’interno delle mura urbane, nell’area della rocca di S. Orso”, in prossimità dell’abbazia di Santo Stefano (A. Piazza, Storia della Chiesa di Ivrea dalle origini al secolo XVI, Roma 1998, p. 304). Secondo uno storico del secolo XVIII, “molto contribuirono col loro credito, santità e dottrina ad eccitar l’animo dei cittadini a stabilir questo convento fr. Bonifacio d’Ivrea e fr. Alberto Gonzaga, poi vescovo d’Ivrea, ambedue religiosi di questo convento e onorati da Papi di loro legazioni” (G. Benvenuti, Storia di Ivrea, 1976, p. 611; ms. originale 1790).
Ricostruita in stile gotico alla fine del secolo, grazie all’aiuto delle principali famiglie della città e con l’appoggio del vescovo Alberto, la chiesa fu consacrata nel 1344 dal suo successore, Oberto di Santo Stefano, già abate di Fruttuaria. Doveva essere decorata da cicli affrescati dei quali si è persa ogni traccia. Il vescovo Alberto Gonzaga diede anche inizio al monastero di Santa Chiara, al quale accorsero donne delle medesime famiglie. “Quando la bufera dell’invasione francese investì la chiesa, gli ultimi lavori di ristrutturazione, promossi dai conti Perrone, erano da poco terminati” (C. Tosco, Storia e architettura di un convento francescano, in Il convento di San Francesco a Ivrea, p. 41). Mentre il convento fu destinato a sede del tribunale, la chiesa venne prima utilizzata come magazzino; diventò poi autorimessa. Nel 1933 l’Amministrazione comunale ne decise la demolizione per lasciare spazio al nuovo Palazzo degli Studi.
Oggi l’antico convento è sede del Commissariato di Pubblica Sicurezza; ma al piano superiore vi sono ancora alcuni degli affreschi di Luca Rossetti da Orta (cfr. S. Coppo, C. Bertolotto, Un patrimonio conservato, ivi, pp. 63-71).
La seconda stagione è quella del XV secolo. In pieno Rinascimento, cessate le lotte feudali, dominano le signorie. Fiorisce l’Umanesimo, con la riscoperta dei classici e il rinnovamento delle arti. A partire dagli ambienti di corte, si diffonde uno stile di vita piuttosto pagano. È la stagione dei grandi predicatori, come San Vincenzo Ferrer, che percorse la Spagna e la Francia, la Liguria e il Piemonte. Altro insigne predicatore fu San Bernardino da Siena, frate minore dell’Osservanza. La sua predicazione era “colorita, arguta, fresca, appassionata e penetrante. I temi preferiti erano prima di tutto quello della pace, e per questo proponeva di sostituire i diversi stemmi delle fazioni nemiche con lo stemma di Cristo, re della pace e dell’amore”: il celebre monogramma IHS (Jesus hominum salvator). E dove passava Bernardino “nascevano nuovi ospedali, gli egoismi si attenuavano, i costumi si ingentilivano” (P. Bargellini). Nel 1418, da Milano San Bernardino “si spinse a Cuorgnè, Rivara e Rivarolo e raggiunse Ivrea, dove fu accolto trionfalmente” (M. Bertotti). A Ivrea tra il 1455 e il 1457 i Minori Osservanti costruirono la chiesa e il convento di San Bernardino. Inizialmente, la chiesa era per i soli frati. Per poter accogliere il popolo, venne aggiunta una navata che un tramezzo separò dal coro. Sulle sue arcate Giovanni Martino Spanzotti dipinse la Storia della Vita e della Passione di Cristo in venti scene, con una grande Crocifissione al centro. Requisito dai funzionari di Napoleone e poi venduto, il convento di San Bernardino fu acquistato nel 1907 da Camillo Olivetti. Nel 2023 la chiesa è stata donata al FAI.
I frati Minori dell’Osservanza furono anche a Caluso (San Francesco), a Ozegna (Madonna del Bosco), a San Giorgio (S. Maria delle Grazie), a Pont (San Francesco) e al santuario di Belmonte, il più importante del Canavese, presso il quale realizzarono un Sacro Monte. Da questo convento diramarono, per un breve periodo, al santuario dell’Addolorata di Cuceglio e alla chiesa di San Maurizio a Ivrea. La presenza dei Francescani esercitò un benefico influsso sulla vita religiosa delle popolazioni. Apostoli e messaggeri di pace, erano stimati per la predicazione e il ministero delle confessioni, ma soprattutto per l’esempio della loro vita. È tuttora vivo il ricordo del beato Angelo Carletti di Chivasso, maestro di teologia morale e sostenitore dei Monti di pietà in favore dei poveri, del beato Candido Ranzi del convento di San Giorgio, del padre Giovanni Battista Bonetto di Pont che subì il martirio in Libia, del padre Bernardino da Foglizzo, ricercato confessore del convento di S. Maria degli Angeli a Torino, e dei rimpianti “frati di Belmonte”.
Al tempo della Controriforma un ramo dei frati Minori si propose di ritornare alla vita eremitica, dedicandosi al tempo stesso all’apostolato tra il popolo: sono i cosiddetti Cappuccini. A Ivrea esisteva, non lontano da San Lorenzo, un convento di S. Agostino che gli agostiniani abbandonarono in seguito alle distruzioni del 1544 per costruirne uno nuovo dentro la città. Nel 1606 Carlo Perrone dei conti di S. Martino comprò il sito del convento e costruì a proprie spese quello dei Cappuccini. Nel 1704 la città fu cinta d’assedio dal duca di Vendôme, che piazzò tutt’intorno tredici batterie di cannoni; una di esse ai Cappuccini. Nel 1793, per opporsi alla nuova invasione francese, re Vittorio Amedeo III rinforzò le fortificazioni di Ivrea e fece occupare chiese e conventi, tra cui quello dei Cappuccini. Di esso rimane il ricordo nel nome della via che da San Lorenzo scende verso il Campass.
Nella foto: Ivrea (da Theatrum Sabaudiae); il primo piano, in prossimità del bastione sulla Dora Baltea, il complesso del convento di San Francesco.

L’amicizia che dura nel tempo

Barbara e Francesco iniziano l’album dei ricordi del loro 50° anniversario di matrimonio con la lettera di licenza matrimoniale, datata 6 maggio 1976, concessa al sottotenente degli alpini del Battaglione “Vicenza” della Brigata “Julia”, nella caserma di Tolmezzo. In Friuli, la sera di quel giovedì di 50 anni fa per “59 tragici secondi Il tempo si fermò”. 59 secondi, una durata enorme per un terremoto di magnitudo 6,5 della scala Richter.
A Tolmezzo i danni furono minimi, mentre la distruzione e il lutto, con quasi 1000 morti, fu devastante nei paesi al di là del Tagliamento.
Il giorno dopo, Francesco volle recarsi alla caserma di Gemona. La vista dei morti e dei soccorritori – giovani soldati come lui, che a mani nude cercavano di raggiungere i sopravvissuti di cui si udivano le voci da sotto le macerie – lo turbò profondamente.
A casa, a Venegono, alle ore 21, si riunirono gli amici, in preghiera per i terremotati, senza avere ancora notizie da Francesco. Padre Gianni decise di partire per cercarlo: si fermerà per tutta l’estate a Braulins, tanto da non riuscire a partecipare al matrimonio.
La mattina dopo, sabato 8 maggio arrivò la telefonata di Francesco, sano e salvo, in partenza per tornare a casa.
Alle 11 del 9 maggio, Barbara e Francesco si sono sposati nella Chiesa parrocchiale, circondati dagli amici. Più che voglia di festa, c’era grande commozione: il sacramento fu reso puro e semplice. Il primo bacio se lo erano scambiato qualche anno prima al Castello dei Missionari Comboniani.
Incoraggiati da don Giancarlo, ragazze e ragazzi cresciuti in parrocchia si erano legati ai comboniani aprendo i loro orizzonti a tutto il mondo. Una vera amicizia tra tanti giovani che, grazie all’esperienza vissuta in quegli anni di entusiasmo e passione, hanno poi dedicato la propria vita al Vangelo dell’accoglienza, della carità, della preghiera, dell’unità e del servizio agli altri.
Un’amicizia che continua ancora oggi, fresca come agli inizi, testimoniata in modo speciale dall’affetto che lega gli sposi ai loro testimoni: Vilma per Barbara e Angelo per Francesco.
L’amicizia è davvero vera quando attraversa il tempo senza consumarsi e, dopo cinquant’anni, sembra ancora appena cominciata: perché è costruita sull’Amico che non ci lascia più da soli.

“Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” – Commento al Vangelo di domenica 17 maggio

L’Ascensione del Signore, nel racconto di Matteo, non è il congedo malinconico di Gesù dai suoi discepoli. Non è la scena di un’assenza che inizia, ma il momento in cui prende forma una presenza nuova, più profonda e universale.
Il Vangelo di questa domenica ci consegna infatti un’immagine sorprendente: Gesù affida la missione della Chiesa a uomini che ancora dubitano. È forse questo il dettaglio più umano e più disarmante del brano. Gli undici raggiungono il monte in Galilea, lo vedono, si prostrano davanti a lui, eppure il testo aggiunge senza imbarazzo: “Essi però dubitarono”.
Matteo non nasconde la fragilità dei discepoli, non li trasforma in eroi della fede improvvisamente perfetti. Restano uomini attraversati dall’incertezza, segnati dalla fatica di comprendere fino in fondo ciò che stanno vivendo. Ed è proprio a loro che Gesù consegna il Vangelo del mondo.
Questo passaggio merita attenzione anche per la vita delle nostre comunità cristiane. Spesso immaginiamo la fede come una condizione di sicurezza assoluta, quasi una zona senza domande, senza esitazioni, senza crisi. Il Vangelo invece racconta altro: il dubbio non esclude la fede, ma può attraversarla. La comunità dei discepoli nasce fragile, incompleta, perfino esitante. Eppure è lì che il Risorto opera e si manifesta. Non c’è missione affidata ai perfetti. C’è una chiamata rivolta a uomini reali: “Andate e fate discepoli tutti i popoli”.
È importante notare che Gesù non dice semplicemente “andate” nel senso di occupare spazi o moltiplicare attività. Chiede di “fare discepoli”, cioè di generare relazioni vive con lui. La missione cristiana non coincide con una strategia organizzativa né con la ricerca del consenso. È piuttosto la testimonianza di una vita trasformata dal Vangelo.
Per questo il cuore del mandato missionario è racchiuso in tre verbi molto concreti: andare, battezzare, insegnare. La Chiesa esiste quando esce, quando accompagna gli uomini dentro la vita di Dio e quando trasmette non idee astratte, ma uno stile di vita evangelico. In un tempo segnato dalla frammentazione e dalla solitudine, la missione cristiana torna allora ad essere soprattutto un’opera di vicinanza, di pazienza educativa, di ascolto. Ogni autentico incontro con Cristo conduce sempre verso gli altri. Il suo è un richiamo prezioso anche per le nostre comunità, talvolta tentate di chiudersi nella conservazione di ciò che resta, più che nell’annuncio di ciò che salva. Il Risorto non consegna ai discepoli una fortezza da difendere, ma una strada da percorrere, in cui non abbandona la Chiesa alle sue forze ma la accompagna nei giorni luminosi e in quelli faticosi, nelle stagioni feconde e in quelle più povere.
Mt 28,16-20
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

La dieta dell’estate passa dall’intestino: il legame tra alimentazione, umore e salute del cervello

Con l’estate alle porte, meteo permettendo, e la voglia di alleggerire vestiti e pensieri, ci si prepara ad una dieta utile per la cosiddetta “prova costume”, che non sempre però è rispettosa della salute in generale e, ad oggi, grazie alle ricerche scientifiche sulla nutrizione, ma anche sull’interazione tra gli alimenti ed il benessere psicofisico della persona, bisogna porre alcune attenzioni.
Quando si sperimentano diete particolarmente restrittive o che eliminano alcuni alimenti, bisogna riflettere sulle conseguenze e sui possibili danni al nostro organismo.
Abbiamo ormai familiarità con il “microbiota”, che è l’insieme di tutti quei microorganismi che sono all’interno del nostro corpo e, l’equilibrio tra questi, ci garantisce un benessere generale. Alcuni di questi organismi si trovano nell’intestino (e per questo spesso anche nelle pubblicità, troviamo il riferimento al microbiota intestinale) ed in riferimento a questo abbiamo anche imparato che esistono prebiotici e probiotici di cui alcuni alimenti sono ricchi. I prebiotici sono presenti nelle fibre, soprattutto nelle verdure e i probiotici nello yogurt.
Il microbiota si modifica con l’età ma anche con le variazioni dell’alimentazione e non ha solo funzioni di protezione dalle malattie intestinali, cardiorespiratorie o oncologiche, ha una serie di implicazioni anche nella depressione e nelle patologie neurologiche come il Parkinson e l’Alzheimer.
La psichiatria nutrizionale è quel campo della psichiatria che analizza l’influenza dell’alimentazione sulle funzioni cerebrali e sull’umore. Tutti gli studi sull’asse intestino-cervello confermano che i neurotrasmettitori attivati dal microbiota intestinale comunicano con il cervello inducendolo a regolare la propria biochimica che va ad incidere fortemente sull’umore, sul sonno e sul comportamento. Cambiare radicalmente l’alimentazione crea uno stress ossidativo e una disbiosi (l’alterazione del microbiota) che produce infiammazioni dannose per tutto il nostro organismo. Correggere gli errori alimentari, essere consapevoli di cosa, come e quando mangiamo (aiutandoci magari con un diario alimentare), accompagnare una corretta alimentazione con un’attività fisica moderata e sostenibile permette di essere in forma fisica ma soprattutto garantisce al nostro cervello una corretta funzione, lucidità e protezione dal rischio di patologie fisiche, psicologiche, neurologiche e psichiatriche.

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