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TORINO E IL PIEMONTE CULLA DELLA STAMPA ITALIANA E CATTOLICA, ANCORA PIENAMENTE DA STUDIARE

Giornale locale e della comunità diocesana

Dal 1847 spazi aperti sul territorio, ai problemi sociali e alla promozione umana

(di Pier Giuseppe Accornero)

Foto: Giacomo Margotti (Sanremo, 1823 – Torino, 1887) è stato un presbitero, giornalista e...

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Edizione 14 Maggio 2026 Questo contenuto è riservato ai soli abbonati. Accedi. Non sei abbonato?...

EDITORIALE – 2 giugno ormai “lontano”

Foto generata con IA
Il 2 giugno 1946 gli italiani ebbero tra le mani una scheda elettorale con un titolo sintetico –“Referendum sulla forma istituzionale dello Stato” –, due simboli e due parole: Repubblica e Monarchia. Un voto libero e a suffragio universale; era stato esteso alle donne e sancita anche l’eleggibilità femminile. La Repubblica ottenne oltre 12 milioni di voti, la Monarchia superò i 10 milioni. In Piemonte votarono 2milioni180mila454 cittadini, pari al 90,12%; 1milione244mila373 voti per la Repubblica, 936mila081 la Monarchia: il 57,1% contro il 42,9%.
Gianni Oliva con il libro “1946: Il 2 giugno in Piemonte” analizza il voto nella nostra regione, rilevando come le diverse zone del territorio si espressero per una forma istituzionale o l’altra, tenuto conto dell’antico radicamento monarchico del Piemonte, nel quale però era altrettanto, se non più rilevante, soprattutto nei centri urbani, la presenza dei partiti e movimenti di sinistra. Oggi cosa rappresenta quella data? Una parata, una bandiera al balcone, un giorno festivo infrasettimanale? La Festa della Repubblica nasce da qualcosa che fatichiamo ad immaginare: la fame di partecipazione di un Paese uscito dalla guerra, dalle macerie, dalla dittatura.
Nel 1946 gli italiani non votarono soltanto per scegliere tra Monarchia e Repubblica. Andarono a decidere chi volevano essere. Un voto come un dovere e come una conquista. Non c’erano i social e campagne permanenti; c’era la consapevolezza che la democrazia fosse qualcosa di fragile e prezioso. Forse è questo il sapore che il 2 giugno ha perduto negli anni e ora appare lontano: il senso della scelta collettiva. Oggi la politica ci appare distante, inutile talvolta, il voto un gesto marginale, incapace di cambiare le cose. Nel 1946 gli italiani erano convinti del contrario. E avevano ragione.
La Repubblica non nacque da un’idea astratta di patria, ma dalla volontà concreta di costruire un Paese diverso dopo il disastro del fascismo e della guerra. Il 2 giugno non dovrebbe vivere solo di memoria, ma piuttosto di responsabilità. Ai più giovani, soprattutto, questa data dovrebbe raccontare che i diritti non sono mai scontati e che la democrazia non vive da sola: ha bisogno di partecipazione, di fiducia, di passione. Altrimenti resta una festa sul calendario, e sarebbe un impoverimento solenne.

Politica estera a pezzi nei due schieramenti: il Colle rilancia i valori della Repubblica

Il presidente Mattarella, parlando agli ambasciatori nell’80° anniversario della Repubblica, ha rilanciato l’impegno per la pace, contro tutte le guerre. Ha dedicato una particolare attenzione alla martoriata Ucraina, ricordando che l’ingiustificata invasione russa, in spregio al diritto internazionale, ha dato origine al caos: parole forti per Putin, altrettanto impegnative per Trump e Netanyahu; ma, con il garbo istituzionale che lo caratterizza, il Capo dello Stato ha rivolto un richiamo ai partiti perché non rallentino l’impegno per “l’indipendenza e la libertà di Kiev”.
Tutto ciò mentre, come ha scritto il “Corriere della Sera”, nel Parlamento si sta realizzando una maggioranza trasversale “euroscettica”, molto cauta (se non fredda) sul sostegno a Kiev. Casus belli: le prossime decisioni di Bruxelles sulla richiesta dell’Ucraina di ingresso nella UE, misura sempre avversata da Mosca che crede di aver ottenuto da Trump un diritto di protettorato sull’Europa.
I primi due contrari al disco-verde per Zelensky sono stati il vice-Meloni e leader della Lega Matteo Salvini, e il capo dei Pentastellati ed ex premier Giuseppe Conte. I due protagonisti (con Di Maio) del governo giallo-verde sono stati sempre aperti al dialogo con Putin e Trump, ma il “no” palese a Kiev condannerebbe l’Europa all’irrilevanza politica, consentendo a Putin, l’aggressore, un ruolo determinante sulla vita del Vecchio Continente. Non si tratterebbe di “una pace giusta e duratura”, come chiede con grande impegno Leone XIV, ma di una sostanziale resa politica.
A riguardo Fratelli d’Italia, da sempre schierata con Kiev, ha preso tempo con le dichiarazioni dell’onorevole Donzelli e del ministro della Difesa Crosetto: l’adesione di Kiev rinviata sine-die a guerra finita (aspettando quindi che Putin cambi idea sul conflitto e si converta alla tregua). Su FdI pesano le prossime scadenze elettorali e la rincorsa ai voti del generale Vannacci, aperto sostenitore del Cremlino, non da oggi (è stato addetto militare dell’Italia all’ambasciata di Mosca).
Nella maggioranza di governo si è distinto il ministro degli Esteri Tajani, da sempre collocato con il PPE nell’appoggio a Kiev. Ma questo non è stato sufficiente per Zelensky nella scelta dei possibili mediatori per l’eventuale trattativa con Mosca: ha indicato Francia, Germania, Gran Bretagna, non l’Italia.
Nel “campo largo” sono favorevoli a Kiev la maggioranza del Pd e i Centristi; ma la segretaria Schlein, come Conte, non è mai andata in Ucraina in segno di solidarietà, pur avendo condannato l’invasione russa. Cauta l’AVS.
In questo contesto l’Italia emerge con una politica estera fragile, a pezzettini, senza una precisa visione geo-politica. I due poli con quali piattaforme politiche si presenteranno agli elettori? Sul lavoro, la sanità, il fisco, la legge elettorale …? Ma la politica estera è il cardine dell’idea d’Italia: lo è stata in questi 80 anni di Repubblica con la scelta occidentale di De Gasperi, con l’apertura alla quarta sponda del Mediterraneo di Fanfani-Nenni, con la ricerca della distensione Est-Ovest di Moro-Berlinguer … Ed oggi? Caduto con Trump il sovranismo, non può bastare la rincorsa al generale Vannacci o ai nipotini del comico Grillo.
Il Presidente Mattarella invita tutti a ripartire dai principi. Anzitutto il rispetto del diritto internazionale, che esclude il ricorso alla guerra per la soluzione delle controversie tra le Nazioni; in Europa ci sono stati 80 anni di pace perché, prima di Putin, nessun leader europeo aveva violato questa norma fondamentale; contestuale è il rispetto della Carta dell’ONU, ovvero il multilateralismo. Nessun Capo di Stato, Putin, Trump, Xi, Netanyahu …, può sostituirsi all’ONU ed ergersi a padrone del mondo.
La pace “disarmata e disarmante” non si conquista senza scelte politiche imperniate su principi e valori: per questo, nella oggettiva difficoltà del Parlamento, le parole che giungono dal Colle sono un elemento essenziale di chiarezza e di speranza.

EDITORIALE – L’altro 2 Giugno, quello dell’impegno civile

Foto generata con IA
C’è chi si è chiesto perché non immaginare, accanto al doveroso omaggio a chi ha dato la vita per la libertà e al giusto riconoscimento a chi garantisce sicurezza e difesa, una grande sfilata delle energie civili che hanno contribuito a costruire la Repubblica e continuano a tenerla viva.
La Festa della Repubblica deve raccontare qualcosa di più; è molto più ampia delle sole sue istituzioni di difesa e sicurezza, più articolata, più vicina alla quotidianità dei cittadini. È fatta di persone che ogni giorno tengono insieme e fanno andare avanti il Paese: insegnanti, operatori sanitari, volontari, amministratori locali, ricercatori, educatori, magistrati, lavoratori sociali, giovani, donne e uomini del Terzo settore che intervengono dove emergono fragilità, bisogni e nuove povertà, costruiscono inclusione e opportunità… la lista è lunga quanto volete.
Esiste un “altro 2 Giugno” che non trova spazio nell’immaginario collettivo. È il volto di una Repubblica che aggiunge qualcosa al tema della difesa e della sicurezza e genera coesione, fiducia e solidarietà. Nessuna volontà di cancellare la memoria militare della Nazione, ma quando in giro per il mondo il Ministero della Difesa diventa Ministero della Guerra qualcosa, anche in una festa repubblicana, deve forse cambiare. E la società civile rappresenta una risorsa strategica per il Paese.
Nel principio di sussidiarietà, associazioni, fondazioni, organizzazioni di volontariato e reti civiche non sostituiscono lo Stato, ma lo affiancano, lo integrano, ne rafforzano la capacità di risposta. Là dove le istituzioni faticano ad arrivare, spesso sono queste realtà a mantenere viva la trama delle relazioni e della solidarietà.
Il 2 Giugno potrebbe diventare la festa di tutte le energie che sostengono la Repubblica, senza contrapporre il valore delle une alle altre, senza cancellare tradizioni e simboli, ma allargando lo sguardo, perché la forza di una Nazione non si misura solo nella capacità di difendersi e di proteggersi, ma anche in quella di prendersi cura di sé stessa. È una storia vera che merita di essere raccontata; non sarebbe una festa meno solenne, ma più repubblicana.

Edizione 4 Giugno 2026

ANNO CVI – N° 22
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