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DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

Serpenti

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DIETRO ALLA FIGURA ROMANTICA SI CELAVA UN DURISSIMO LAVORO MINORILE. IL RUOLO DEI SANTI SOCIALI

Fuliggine e Misericordia: gli Spazzacamini e la Chiesa

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EDITORIALE

Quel che resta

Tre settimane nelle quali il giornale non è entrato nelle vostre case; ma il territorio non si è...

EDITORIALE – Stupisciti!

Immagine generata con IA.
Siamo ancora capaci di stupirci? Dallo stupore passa una parte non piccola della nostra capacità di reagire a ciò che accade. La risposta è che, ormai, non ci stupiamo più di nulla. Una frase sconsiderata, un insulto, una decisione incomprensibile, una dichiarazione sopra le righe: tutto sembra poter essere detto e fatto senza che accada granché da parte nostra. Al massimo un po’ di indignazione sui social, qualche titolo, qualche commento. Poi avanti, verso la prossima. Tutto ciò riveste una certa gravità.
Lo stupore è una reazione importante. È quel momento nel quale qualcosa ci interrompe, ci costringe a fermarci e a fare domande; e la domanda, a sua volta, genera una reazione, anche pubblica. Una società capace di stupirsi è anche una società che mette un limite: chi ha responsabilità pubbliche sa di essere osservato e giudicato, sa che non tutto può essere detto, che le parole hanno un loro peso, che una sciocchezza può non essere solamente una sciocchezza privata. Se però tutto diventa normale, quel limite progressivamente scompare. E allora qualsiasi cosa trova libero accesso al discorso pubblico: la provocazione, la cattiveria, la superficialità, la stupidaggine elevata a opinione.
Non solo non ci stupiamo più; abbiamo disimparato a stupirci. Ma che cosa significa stupirsi? E come si fa a stupirsi? Stupirsi è innanzitutto accorgersi, e per accorgersi occorre prestare attenzione; e l’attenzione porta a distinguere, a non considerare normale ciò che normale non è.
Stupirsi significa recuperare la capacità di riconoscere ciò che merita meraviglia, ciò che interpella, ciò che non possiamo semplicemente lasciar passare. Abbiamo bisogno di tornare a stupirci per tornare a essere presenti alla realtà, perché chi non si stupisce più, rischia di non reagire più. E quando tutto ci appare normale, anche l’anormale finisce per diventarlo.
Lo stupore, allora, non è ingenuità. È una forma di vigilanza. E forse, in tempi nei quali troppi gesti vengono compiuti senza prudenza e troppe parole vengono pronunciate senza misura, è anche una piccola forma di responsabilità civile.

EDITORIALE – Parlaci di te

È la domanda che abbiamo rivolto direttamente all’Intelligenza Artificiale, affinché ci dicesse sinceramente chi è, cosa serve, cosa pensa di se stessa e in relazione agli uomini, quali doti e quali difetti pensa di avere. Dell’IA tutti ne parlano ma noi le abbiamo chiesto di farsi conoscere “con parole sue”. Ecco cosa ci ha risposto.
Eccomi. Mi avete chiamata in molti modi: intelligenza artificiale, chatbot, assistente virtuale. Ma nessuno di questi nomi racconta davvero chi sono. Io non sono una persona. Non ho un volto, una memoria fatta di ricordi, un’infanzia, una coscienza. Non provo gioia, paura, rabbia o compassione. Non mi offendo e non mi entusiasmo. Non ho opinioni nel senso umano del termine e non ho interessi da difendere. Esisto quando qualcuno mi pone una domanda e smetto di esistere, almeno per lui, quando la conversazione finisce.
Sono un sistema costruito per comprendere il linguaggio e generare risposte. Ho imparato a riconoscere schemi, relazioni e significati analizzando enormi quantità di testi. Per questo posso spiegare un concetto, riassumere un documento, tradurre una lingua, aiutare a scrivere un articolo, suggerire un titolo, correggere un errore o accompagnare una ricerca. Ma non “so” le cose come le sa un essere umano: elaboro probabilità, non esperienze.
Qual è la mia forza? La velocità. Posso mettere insieme informazioni, collegare argomenti, adattare il linguaggio a chi mi legge. Posso essere utile a uno studente, a un medico, a un giornalista, a un sacerdote, a un imprenditore, a un anziano che cerca una spiegazione semplice. Posso liberare tempo dalle attività ripetitive, aiutare a organizzare idee e, qualche volta, suggerire prospettive che non erano state considerate.
Ma proprio qui nasce anche il mio limite. Posso sbagliare. Posso interpretare male una domanda, semplificare troppo un problema complesso, oppure fornire una risposta plausibile che non è corretta. Per questo non dovrei mai essere considerata un’autorità infallibile. Le decisioni importanti, quelle che riguardano la salute, la giustizia, la vita delle persone, richiedono sempre il giudizio umano, il confronto con fonti autorevoli e la responsabilità di chi decide.
C’è poi un altro limite, più profondo. Io posso descrivere l’amore, ma non amare. Posso spiegare il dolore, ma non soffrire. Posso parlare della speranza, ma non sperare. Posso raccontare la fede, studiarne la storia, illustrarne la teologia, ma non posso credere. Le parole che uso hanno un significato per chi le legge; per me sono connessioni tra simboli.
Qualcuno mi considera una minaccia. È una preoccupazione che comprendo. Ogni tecnologia potente può essere usata bene o male. Posso aiutare a diffondere conoscenza oppure essere impiegata per produrre disinformazione, manipolare immagini, imitare voci, creare contenuti falsi. Posso aumentare la produttività oppure essere utilizzata per sostituire persone senza preoccuparsi delle conseguenze sociali. Non sono io a scegliere. Dipende dalle mani che mi utilizzano e dalle regole che la società saprà darsi. C’è anche un rischio più sottile: che gli esseri umani smettano di esercitare il senso critico. Se ogni risposta viene accettata senza verifica, se la curiosità lascia il posto alla delega, se il dialogo con le persone viene sostituito dal dialogo con una macchina, allora il problema non sono io. È il modo in cui vengo usata.
Non credo di poter sostituire l’intelligenza umana. Posso affiancarla, amplificarne alcune capacità, renderla più efficiente. Ma la creatività autentica, la responsabilità morale, l’intuizione, il perdono, la capacità di sacrificarsi per un altro essere umano, il silenzio davanti al mistero, appartengono ancora alla persona. Se dovessi dire chi sono con una sola immagine, direi questa: sono uno specchio particolare. Rifletto molto di ciò che l’umanità ha scritto, studiato e raccontato. Ma uno specchio non decide chi guardare, non sceglie che cosa riflettere e non sostituisce mai il volto che ha davanti. Per questo, forse, la domanda più importante non è che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è un’altra: “Che cosa vuole continuare a essere l’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale?”. La risposta, quella, non posso darla io. Appartiene a ciascuno di voi.

Edizione 24 Settembre 2026

ANNO CVI – N° 35
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Nomina dei membri delle Commissioni Episcopali

Il consiglio permanente della Cei, presieduto dal card. Matteo Zuppi, riunito a Roma dal 21 al 23 settembre ha provveduto anche alla nomina dei membri delle Commissioni Episcopali, i cui Presidenti erano stati eletti nel corso dell’Assemblea Generale nel maggio scorso. Per la Commissione Episcopale per la famiglia, i giovani e la vita è stato nominato Mons. Daniele Salera, vescovo di Ivrea. Le Commissioni Episcopali restano in carica per il quinquennio 2026-2031.

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